Specchi neri e balene blu: il vuoto dell’iperconnessione

Sono settimane in cui il web è inondato di link e imperversano notizie che riguardano il fenomeno del blue whale challenge. foto_595301_550x340

Bene, quello che andrete a leggere forse c’entra poco o niente con il  gioco della balena blu, o meglio, solo formalmente è distante, perché se avrete solo un pochino di pazienza potrete attraverso queste righe e un semplice “esercizio” entrare nella mente di quei ragazzini che si sono prestati alla “sfida”.

Cominciamo.

Avete presente la sensazione del vuoto?

Fermatevi un secondo, non rispondete di getto, chiudete gli occhi e immaginate di guardare giù da un precipizio alto centinaia di metri, siete soli, tornate con la mente al vissuto peggiore della vostra vita, a quella sensazione pervasiva, se mai l’avete vissuta, in cui la percezione è di totale isolamento. Impossibilità di scegliere. Impossibilità di comunicare. Disagio. Blocco fisico e mentale. Nessuno strumento a disposizione.

Ok, ora respirate. Inspirate fortissimo, espirate lentamente. Tornate in voi.

Avete mai sentito parlare di una serie tv britannica che si chiama “Black mirror”? Forse si, ma in caso di risposta negativa, tutte le informazioni potrete trovarle semplicemente digitando su Google. Croce e delizia. 15mm

Netflix è un capolavoro, una piattaforma esaltante, gli sceneggiatori sono dei geni. Bla, bla bla. Questo sentirete dire nei salotti, o al bar, questo vi direi anche io se non fossi in questo momento così tremendamente presa dalla necessità di demolire pezzo per pezzo la costruzione metafisica di una realtà che ha contorni nuovi, ma non esiste.

Due domande ricorrenti che mi sono state poste da chi aveva sentito parlare di blue whale sono state queste “Ma come si fa a cadere in una trappola del genere?”, “Ma dove stanno i genitori?”.

Vi rispondo così, che guardare le cose fa sicuramente più effetto di ogni spiegazione scientifica o pseudo tale: episodio 2 della prima stagione di quello che per me è semplicemente “lo specchio nero”.

Scuro come la mente dell’essere umano.

Nessun complottismo, è l’evoluzione. Ci piace chiamarla così.

Tutti iper connessi, non solo i ragazzini, non solo gli adolescenti. Siamo noi adulti i primi, quelli nati a cavallo tra l’analogico e il digitale, ci siamo fatti fregare un passettino per volta.

E’ facile usare la rete per le ricerche, è semplicissimo condividere quello che vogliamo che gli altri vedano di noi. Abbiamo paura del terrorismo e non abbiamo più la pazienza di leggere, non siamo capaci di emozionarci davanti a un tramonto perché siamo troppo occupati a cercare l’inquadratura migliore, di Zygmunt Bauman ci piace citare la parola “liquido” riferita alla società, ma senza sapere cosa c’è dietro. Tanto sui social non serve, vero?

Siamo quelli dell’uso e del consumo immediato, siamo pagine di Instagram piene e cuori vuoti.

Prendete tre quarti d’ora della vostra vita, usateli per guardare questa puntata della serie e fermatevi solo cinque minuti a riflettere. Non prendetelo come un compito a casa, vi prego. Cercate di farlo per capire dove stiamo andando, abbiate la pazienza di notare un lavoro ben fatto, un’idea vincente, una fotografia curata, ma soprattutto, fate in modo di “sentire” cosa vi resta dentro alla fine.

Lo stato d’animo. Soffermatevi qui.

La spiegazione è lo stato d’animo, quello stesso che un adolescente prova nel momento in cui viene ingaggiato nella sfida. Qual è il senso?

E’ dare un senso quando questo non si trova in altro modo.

Una cosa posso assicurarvela, il vuoto è quello che fa paura, ma l’iperstimolazione che la tecnologia e la rete garantiscono non sono il veicolo per colmarlo.

Ci stiamo tutti vendendo ad una logica perversa. Comprendiamo questo e avremo vinto noi, andiamo avanti sulla strada sbagliata e non avremo più strumenti per fermare una deriva annunciata.

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