Il caso di Vigevano. Dove abbiamo fallito?

L’Osservatorio Nazionale Adolescenza, di cui la mia amica Maura Manca è Presidente, si occupa da anni di raccogliere i dati sui “trend” dei nostri ragazzi e questi dati contribuiscono a tratteggiare i contorni di una realtà che francamente appare allarmante.

Quello che è accaduto a Vigevano, quello che vi sto per raccontare, è la punta di un iceberg di comportamenti che troppo spesso noi adulti ignoriamo e che invece dovremmo imparare a conoscere perché, se frequentemente si parla di prevenzione, non è detto che questa sia sempre adeguata nelle forme e nelle modalità in cui viene attuata.

Le ricerche dell’Osservatorio ci dicono chiaramente che il 6,5% degli adolescenti fa parte di una gang che intenzionalmente sferra attacchi nei confronti di coetanei; il 16% ha commesso atti vandalici e 3 ragazzi su 10 hanno partecipato a risse.

Grazie al lavoro della Dr. ssa Manca e del suo team siamo anche a conoscenza del fatto che il 10% dei 7.000 adolescenti che hanno partecipato al campione della ricerca ha aggredito una persona in assenza di apparente motivazione; o meglio, ha messo in atto una qualunque tipologia di azione violenta al solo scopo di dimostrare che “era in grado di farlo”, per spaventare l’altro e per affermare sé stesso in relazione al gruppo. IMG_5979

I numeri talvolta possono sembrare sterili ma sono imprescindibili per stabilire in che misura tra i ragazzi ci sia una divergenza sul piano comportamentale rispetto a quella che ci si auspica debba essere la coscienza morale.

Il caso di Vigevano, in cui un branco di ragazzini tra i 13 e i 16 anni ha ripetutamente e intenzionalmente perseguitato e vessato un coetaneo con modalità che assumono profili di gravità inaudita è l’esempio lampante di come l’opposizione alla norma sociale, che nell’età adolescenziale può essere per certi versi una forma di costruzione dell’identità, stia trascendendo verso un qualcosa che è necessario arginare con mezzi maggiormente idonei perché i tempi stanno cambiando e così anche le forme di devianza.

Qualcuno ha già parlato di mostri e di chiavi da buttare, ma onestamente, al netto di qualsiasi giudizio morale, non ritengo da un punto di vista pedagogico che questa possa essere la soluzione su larga scala, non è la panacea per questo male.

L’intervento che dovrà essere necessariamente sanzionatorio rispetto alle condotte inaccettabili, dovrà puntare anche e soprattutto ad una forma di educazione e di ri-educazione efficace per accrescere quell’empatia che è evidentemente carente.

Perché diciamocelo chiaramente, i ragazzi, troppo spesso non hanno la percezione della gravità dei loro agiti. E ai polemici rispondo che è così, non perchè lo dico io, ma perché queste sono le evidenze dei fatti: solo pochi giorni fa a Soverato un ragazzino coetaneo di quelli che sono già stati etichettati come mostri perdeva la vita per un “killfie”, una forma di selfie estremo da mostrare sui social, un autoscatto sui binari con il treno in arrivo.

Non è sottovalutare il rischio tutto questo? Non è incapacità di rendersi conto di ciò che si sta facendo? Dal mio punto di vista si, lo è.

Ed è altrettanto rischioso sottovalutare le conseguenze di ciò che significa realmente portare un ragazzo in giro per il paese legato come un cane, con una catena stretta attorno al collo, mentre è ubriaco e poi sodomizzarlo col solo intento di “documentare” il tutto per generare contenuti appetibili da postare sui social, per essere “visti”, apprezzati, riconosciuti. IMG_5980

Dove abbiamo fallito? Questa è la domanda che dobbiamo farci. Tutti.

Non possiamo ergerci a simulacri di verità da snocciolare al bisogno, ma dobbiamo rimboccarci le maniche e scendere dal pulpito, parlare a questi ragazzi di quello che significa davvero agire in un modo che, di fatto, disumanizza l’altro.

Ci sono tanti studi in grado di spiegare quanto il “branco” deresponsabilizzi il singolo, quanto lo schermo “disumanizzi” l’essere umano che c’è dietro, ma noi adulti con le nostre parole e con il nostro comportamento dovremmo essere in grado di dedicare del tempo a questi ragazzi affinchè possano ricevere un messaggio corretto e mi permetto di dire che per insegnare il rispetto, ci vuole rispetto; per insegnare la comprensione ci vuole la capacità di ascoltare e di veicolare le modalità giuste con cui esprimere critiche e disappunto.

Dobbiamo offrire ai giovani la possibilità di accedere ad un confronto con adulti in grado di comprendere quei segnali che sono grida disperate di aiuto e non “scendere dal pero” chiedendoci, sempre dopo, “ma come è possibile che nessuno si sia accorto di ciò che stava accadendo a quel ragazzo?”.

Una mamma ha provato ad aiutare suo figlio, ma si è trovata sola, senza strumenti per poter agire. Noi abbiamo l’obbligo morale di dare ai genitori e ai ragazzi questi strumenti per poter intervenire già quando si verificano fatti di gravità minore rispetto a questo, ma dobbiamo avere l’umiltà di metterci in gioco e di parlare a loro con il cuore, senza nasconderci dietro maschere fatte di titoli e presunta onniscenza. Un messaggio deve arrivare, forte e chiaro: si chiama esempio!

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