Anis Amri è stato ucciso. Il terrorismo sopravvive.

Il tunisino nato nel 1992 a Kairouan era sbarcato a Lampedusa come clandestino nel 2011, uno dei tanti minori non accompagnati che però in Italia ha scontato una condanna in carcere, prima di essere definitivamente espulso nel 2015. anis-amri

Alcune fonti riportano che Amri sarebbe giunto Germania tra giugno e luglio dello scorso anno, lo avrebbe fatto attraverso una “rotta” poco frequentata, lì avrebbe poi chiesto asilo, ma questo, gli è stato negato.

La città in cui Amri ha trovato i natali venne inserita nel 1988 dall’UNESCO tra i patrimoni dell’umanità; proprio lì, tra le oltre trecento moschee, sorge quella che può essere considerata la più antica di tutta la regione del Maghreb.

Ad oggi Kairouan, al-Qayrawan, non è nota per la sua magnificenza geografica ma perché annoverata tra le roccaforti dello Stato Islamico ed è proprio da qui che sono partiti molti degli uomini che sono andati in Libia a combattere per il Califfato; Anis però non scelse quella strada, nel 2011 infatti, con lo scoppio della primavera araba, si è imbarcato assieme ad altri suoi connazionali e clandestinamente è giunto in Sicilia dove nell’ottobre dello stesso anno ha appiccato il fuoco nella comunità di Belpasso.

Questo è il suo biglietto da visita, così si è presentato all’Italia Anis Amri, che all’epoca era poco più che un ragazzino.

Oggi la domanda che tutti si pongono è relativa al momento in cui potrebbe essere iniziato il suo personale processo di radicalizzazione. La sua morte però non permette di ottenere risposte dirette.

Quel che è certo è che il venticinquenne maghrebino in Germania era venuto in contatto con una rete jihadista, venne controllato, attenzionato, addirittura fermato, ma poi lasciato andare, forse nell’intento di “acchiappare” pesci più grandi, in una sorta di pesca a strascico che purtroppo ha condotto ad un epilogo tanto doloroso quanto tragico.

Sono tutti morti. Siamo tutti morti.

I quesiti, dal mio punto di vista, sono ancora molti altri, non hanno risposte per il momento e attengono le peculiarità di questi agiti sanguinosi, le modalità, le firme, a voler essere più diretti.

Non è tanto l’indottrinamento quanto l’aspetto operativo di queste stragi che lascia perplessi.

La carcerazione per questi soggetti, ragazzini cresciuti in contesti culturali estremamente distanti dalle realtà europeizzate, è un’Università del crimine dove le convinzioni deliranti o pseudo tali vengono a rinforzarsi, ma l’organizzazione meticolosa e sempre perfettamente efficiente di chi è opera? Chi è il grande burattinaio che tirando sapientemente i fili semina il terrore costellando di indizi ogni scena sanguinosa di questo macabro teatro?

Anis Amri oggi rappresenta il male puro e il fatto che abbia trovato la morte è stato per molti motivo di giubilo.

Io non ho sorriso, né sono in grado di farlo ora. Non sono felice, principalmente perché rispetto la vita, secondariamente perché non credo che l’uccisione di questo ragazzo possa realmente dar pace alle anime di tutti quelli che per mano sua hanno perso figli, amici, genitori o fratelli.

La morte di Amri non è la morte dell’Isis, non è il trapasso o la liberazione dal terrore.

Sbarazzarsi di un pedone è ben diverso che fare scacco matto al re, questo purtroppo è un dato oggettivo da considerare nella rappresentazione, sia pure mediatica, di un evento quando si deve affinare una strategia di contrasto.

Catturare un terrorista, vivo, significa poter entrare nel suo mondo, conoscere dall’interno il funzionamento di un qualcosa che forse neppure gli esperti hanno la possibilità di comprendere nella totalità, non per imperizia, sia chiaro, ma semplicemente perché ci vogliono tempo, dedizione, fegato, follia e un pizzico di malafede per analizzare i fini e i diabolici meccanismi mentali di chi, nascosto dietro la maschera dell’ ideologia, è disposto ad ammazzare, torturare e bruciare centinaia di vite umane riuscendo a conservare la purezza presunta di cui si pregiano questi criminali.

E’ stato proprio il fuoco il simbolo dell’inizio e della fine di Anis.

Come nella guerra di Piero, quella cantata da De Andrè, Luca ha avuto la possibilità di guardare negli occhi un uomo che muore.

Nella notte fredda di Sesto San Giovanni il poliziotto ventinovenne gli ha sparato; non poteva fare altro se non estrarre coraggiosamente l’arma di ordinanza e scaricare colpi contro colui che pochi secondi prima, al grido temibile di “Allah Akbar” o semplicemente di “Poliziotti bastardi” come avrebbe riportato il Questore di Milano in conferenza stampa (questo è un aspetto da chiarire), aveva ferito ad una spalla il suo compagno con la spavalderia e la fatua illusione che ad attenderlo, al dilà della morte, potesse esserci una soddisfazione paradisiaca.

Non campi di grano, non papaveri rossi, forse le famose vergini.

Ma la filosofia è poca cosa in questi casi, le rappresentazioni situazionali, di qualsiasi genere siano, valgono il fiato che si spreca per crearle e ciò che conta sembra essere la mossa successiva che su una scacchiera, quale è l’universo di oggi, vede contrapporsi due realtà agli antipodi.

Il terrore è ciò che resta e nessuno stratega, per quanto abile possa essere, riuscirà mai controllare quella variabile impazzita che è il cervello umano se messo in relazione ai perversi meccanismi di potere che soggiaciono lo scibile.

Anis Amri è morto e con lui i suoi segreti, tanti altri sono morti, a Parigi, a Nizza, a Berlino, e con loro sembrano allontanarsi le nostre speranze di un mondo migliore.

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