Stereotipi e pregiudizi in una comunicazione del “cattivo senso”

Parole pronunciate, terminologia utilizzata e azioni esperite nella nostra quotidianità sono condite da pregiudizi e stereotipi.

La riflessione sulla natura e sulla pericolosità di questi, seppur apparentemente scontata, diventa purtroppo attualissima e indispensabile per generare una cultura della formazione e dell’informazione in una realtà permeata da quello che possiamo definire il contrario di “buon senso”.

Non esiste un’etimologia del “cattivo senso” perché questa costruzione lessicale sembrerebbe piuttosto un qualcosa che di rimando ha a che fare con “scarsa sensibilità” oppure “condizione deficitaria di un senso”, invece no, il cattivo senso è un aspetto che ha a che fare con la costruzione di rappresentazioni mentali basate appunto su una logica pregiudizievole e su una tendenza alla categorizzazione attraverso una stereotipia che, inevitabilmente, preclude l’apertura mentale ad un’immagine che diventi più rappresentativa di caratteristiche comuni senza necessariamente dover fare “di tutta l’erba un fascio”.

Qualcuno si chiederà come mai, da cosa nasca la riflessione a riguardo, e la risposta è banale, la si trova nelle notizie che leggiamo, pone le basi nelle modalità con cui tendiamo a interpretarle, nei commenti che, con attenzione metodica, ci ritroviamo a leggere frequentissimamente nel mare magnum dei social network. stereotipo

Il primo aspetto che emerge, a seconda dell’ideologia o della cultura cui appartiene il soggetto che attivamente opera il ragionamento e mette in atto l’azione, è legato indissolubilmente alla definizione scientifica dello stereotipo fornita da Aronson, Wilson e Akert (2010, p. 300) ovvero costituisce “una generalizzazione fatta su un gruppo di persone, in cui caratteristiche identiche vengono attribuite a tutti i membri del gruppo, senza tenere conto delle variazioni tra i membri”; ebbene, considerando altresì la resistenza dello “stereotipo” al cambiamento e alla modificazione, anche in presenza di nuove informazioni, se ne deduce facilmente che i ragionamenti fondati su questi non siano altro che rappresentazioni fisse e immutabili che scarsamente appaiono adattarsi alla realtà.

Lo stereotipo, quindi,  non è altro che il risultato di una tendenza, individuale e talvolta sociale, a definire prima di osservare; l’inferenza che ne deriva, pertanto, conduce a interpretazioni prive di qualsiasi fondamento, attendibilità e logica.

E’una scorciatoia mentale che viene percorsa, oggi più che mai, quando la percezione di un fenomeno non è chiara e si cerca di affermare la propria personalità in relazione ad un qualcosa che non si conosce, oppure si conosce solo superficialmente, laddove vige la assoluta necessità di apparire ad ogni costo come “competenti sul tema”, nell’impossibilità o nella non voglia di mettersi in discussione, anche e soprattutto sotto il profilo della modalità comunicativa.

Secondo un approccio di tipo psicodinamico, largamente influenzato dalla teorizzazione freudiana, stereotipi e pregiudizi sarebbero espressione di profondi conflitti intrapsichici, in buona sostanza, i nostri attributi negativi, attraverso meccanismi di proiezione e dislocazione, vengono percepiti come caratteristiche di “altri”, singoli o gruppi. Il rifiuto, ideale o sostanziale, dell’alterità altrui è ciò che si genera nel mantenimento di questa modalità operativa, quindi, volendo riprendere la cara teoria del “capro espiatorio” in una derivazione di quella che fu la cornice teoretica “aggressività-frustrazione” operata da Dollard (1939), dovremmo dedurre che l’aggressione (verbale e da tastiera) che taluni esprimono nei confronti di notizie riguardanti fenomeni o “categorie di persone”, non sono altro che modalità distorte di slatentizzare in qualche modo il conflitto interiore e non certo opinioni pacificamente espresse che, peraltro, dovrebbero presupporre ben altro tipo di conoscenza.

Lo stereotipo oggi è purtroppo un prodotto del contesto sociale, non solo una mera struttura cognitiva: non siamo più capaci di processare adeguatamente le informazioni, forse non lo siamo mai stati, ma nell’attualità la conoscenza, le credenze e le aspettative, si configurano in schemi operativi che appaiono totalmente privi di qualsiasi forma di mediazione.

Quando l’informazione è ambigua, e ahimè lo è quasi sempre, lo stereotipo assume la caratteristica di guida per il comportamento da adottare nell’interazione ed è a questo punto che si incista l’odio.

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