La morte non dovrebbe avere odore

Non tutti sanno che cosa possa significare amare un uomo in silenzio, non molti possono comprendere la sofferenza malcelata dietro il sorriso temporaneo di chi, consapevolmente, sceglie di restare nell’ombra, non perché sia quello che desidera, ma perché, disgraziatamente, si invaghisce di un uomo pavido, ego riferito, incapace di amare ma abilissimo nell’arte di “possedere”.

Questo Vania lo sapeva, come lo sanno tante donne, forti nella loro fragilità, donne che vivono emozioni, passioni, innamoramenti e sensazioni al limite. Donne che amano troppo gli altri, donne che, in certi momenti, non amano abbastanza loro stesse.

Ma Vania Vannucchi, 46 anni, una separazione, due figli, un lavoro soddisfacente, una malattia superata, aveva avuto un coraggio raro; me la immagino guardarsi allo specchio una mattina e decidere di preferire sé stessa ai capricci di un Pasquale Russo qualsiasi.

Si era stancata, forse, di chi fondamentalmente per lei non rappresentava più nulla. L’aveva lasciato, certa che la sua vita sarebbe andata avanti ugualmente, non senza sofferenza, ma consapevole, ormai, di avere la forza necessaria per proseguire da sola verso il traguardo di quella maratona che è l’esistenza.

Ma Pasquale no, non poteva accettare la perdita di quell’oggetto tanto desiderato, come aveva osato Vania allontanarsi da lui, con quale coraggio sorrideva ancora, scambiava messaggi con altri, perché non stava più lì ad aspettarlo, perché aveva scelto di vivere? E allora Pasquale ha iniziato a perdere il controllo, è subentrato un bisogno fatuo non compensato dall’altrui volontà, e avrà pensato, magari, che un oggetto non può averla una volontà, non deve esistere che per gratificare il suo proprietario, come una bella macchina o un orologio costoso da ostentare in certe occasioni e da nascondere in cassaforte quando diventa troppo rischioso esibirlo.

Ha cercato di riprenderselo quel giocattolo, come fanno i bambini, salvo poi sbatterlo metaforicamente a terra, per distruggerlo nel momento in cui non era più fonte di sorrisi e gratificazioni. L’ha frantumato in mille pezzi perché nessun altro avrebbe mai più potuto giocare e gioire con quello che era stato suo.

Ho immaginato il volto di Vania all’uscita del padiglione in cui lavorava, ho immaginato i segni delle botte di Pasquale, ho immaginato le sue confessioni alle amiche, ho chiuso gli occhi e ho provato ad entrare nella mente di una donna che in fondo era spaventata ma sufficientemente sicura che tutto sarebbe finito, rientrato. Era il momento di andare a denunciare, questo probabilmente Vania lo sentiva, ma non ne ha avuto il tempo.

vannucchi

Ho pianto immaginando di essere io le orecchie di un padre, orecchie che ascoltavano l’ultimo respiro di quella donna, mentre sussurrava il nome di chi aveva dato alle fiamme il suo corpo.

Vania è morta. Si è morta, male. Ha sofferto prima ancora che il fuoco divampasse, Vania ha compreso col più stupido e sottovalutato dei sensi il suo destino, ha capito da un odore la sorte che la attendeva e mentre lei bruciava, lui fuggiva, come il più pavido e meschino dei nemici.

Pasquale Russo hai mentito, hai negato davanti all’evidenza, tu, padre, marito, amante, non hai avuto il coraggio di Vania neppure quando ti hanno chiesto come ti eri procurato l’ustione sul braccio, hai detto che mentre Vania bruciava sei scappato perché dovevi tornare a casa, che le avevi gettato addosso la benzina ma non avevi l’intenzione di ucciderla.

Sono intervenuti i tuoi legali adesso, e questo sia chiaro, è doveroso e lecito, così come lo è la richiesta di una perizia psichiatrica, suffragata dalle presunte cure cui ti saresti sottoposto a partire dal mese di giugno.

E non si dovrebbe dire, lo so, ma è difficile farne a meno quando una morte ti tocca e ti lascia la stessa sensazione di un cazzotto ben assestato alla bocca dello stomaco: Pasquale Russo, forse tu immaginavi quel momento, lo hai vissuto nella tua fantasia quando sei uscito da casa con quella tanica di benzina, prima ancora di Vania tu hai sentito l’odore del male che stavi per fare.

Cosa hai combinato Pasquale? Cosa dirai a tua moglie, ai tuoi figli? Quale sarà il tuo lascito morale?

Non so perché tu abbia deciso di farlo, non sarà compito mio accertare se fossi in grado o meno di comprendere la portata della nefandezza che stavi per compiere, ma una cosa la so, ne sono certa, tu volevi distruggerla. Hai desiderato almeno mille volte di distruggerla perché non potevi più averla, perché forse, non l’hai avuta mai la sua anima libera.

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