Sconcertante, terribile, orrendo, innaturale, macabro, chi più ne ha più ne metta.

Perché inizio con degli aggettivi? Perché le ricostruzioni giornalistiche del caso di cui mi accingo a parlare sono già molte e altrettante sono le firme prestigiose che, per dovere di cronaca, si sono soffermate nella puntuale e precisa descrizione di particolari e dettagli, apparentemente insignificanti, eppure estremamente consistenti. Questo è bastato per delineare, almeno in una fase iniziale, il perimetro di un’idea, è stato dipinto un vero e proprio ritratto della scena del crimine, marcando i contorni del delitto con un carboncino di suggestioni, ahimè fin troppo realistiche.

Se è giusto informare ne consegue il fatto che vi sia la libertà di tutti di giungere a conclusioni, ma quando queste non sono fondate si arriva ad un qualcosa che giusto più non è, non lo è per Luca e non lo è per chi, a vario titolo, si trova a fare il suo lavoro, “sporco”, ma purtroppo indispensabile.

Parlo di inquirenti, avvocati, magistrati ed esperti chiamati a intervenire concretamente all’indomani di una tragedia per cercare di individuare responsabilità, sanare l’insanabile e spiegare l’incomprensibile. IMG_1274

Scelgo di raccontare questa storia da un punto di vista differente, quello apparentemente meno ricco di significato, e a chi mi chiederà: come mai? Che senso ha? Risponderò così, “Perché l’unico modo per conoscere cosa si prova è guardare tutto questo con gli occhi del destino”.

Questo destino beffardo si è già mostrato nel suo profilo peggiore attraverso un nome che, per utilizzare una citazione rubata ai latini, è un presagio, un presagio oscuro: Luca Varani.

Luca Varani è Giano bifronte, in un caso, quello di Lucia Annibali, carnefice, nell’altro, quello del Collatino, vittima innocente. FullSizeRender

Ma chi al destino deve un grazie immenso è un ragazzo di nome Alex, un trentacinquenne della periferia romana, un pugile dilettante, uno che magari della sua vita avrà sempre notato solo il “lato sfortunato”, un ragazzo che si trovava in difficoltà una sera in una pizzeria sulla via Tiburtina tanto da ricevere un gesto che lì per lì poteva sembrare qualcosa di molto simile al bello che possiamo trovare nel dono.

Mancavano 50 centesimi, forse un euro, per saldare il conto in una pizzeria a taglio, Alex non li aveva, ma lì accanto c’era Manuel Foffo, senza aprire bocca, come un guascone, un galantuomo d’altri tempi, il giovanotto ha aperto il suo portafoglio, ne ha tirato fuori degli spicci e li ha messi sulla cassa; probabilmente si aspettava solo un grazie, o magari neanche quello.

Fatto sta che con Alex ha iniziato a conversare, si sono scambiati il numero di telefono e Manuel, nato al bordo di periferia, lo salva in rubrica come “Alex Tiburtina”, non era interessato al suo cognome, probabilmente nel mentre della digitazione dei numeri sulla tastiera i suoi pensieri volavano già altrove.

Alex è stato ascoltato nei giorni scorsi, dalle sue risposte gli inquirenti cercavano di estrapolare dettagli utili per ricostruire lo scenario in cui si è consumata una mattanza, e io ho pensato a “sliding doors”.

Se si fosse trattato di una partita a carte avrei potuto dire che quelle che Alex aveva in mano erano mediocri, ma come nel miglior texas hold’em il “river”, la quinta carta girata dal mazziere, è stata quella fortunata, quella che gli ha permesso di uscire indenne, quella che al termine dell’interrogatorio rappresenta il sospiro di sollievo dopo la terribile affermazione “quelli me volevano ammazzà”.

Ed era proprio così. Alex ha scelto di non bere quel cocktail che gli era stato offerto, lui non ama i mix, preferisce la birra, e proprio in questo modo ha giustificato il suo rifiuto; era andato lì solo per dormire qualche ora, così riferirà. Ha notato una parrucca rosa, non gli ha dato peso, i suoi amici, in realtà poco più che conoscenti, erano sballati e lui, forse stanco, è andato via.

Si è salvato la vita. Così anche Giacomo, e Riccardo. Non Luca.

La tragedia vera e propria inizia al sorgere del sole, un’alba maledetta nella periferia romana, un sms, la promessa di una somma di denaro in cambio di non si sa bene cosa, Luca accetta e a quel tavolo di poker che è la vita non è fortunato, le carte che ha in mano sono apparentemente buone ma i giri successivi lo inguaiano.

Non ha idea di chi siano Manuel e Marco, non si rende conto di essere l’ultima scelta anche nell’ambito di un progetto criminoso, lui ha fiducia, va incontro al giorno insieme al sole che nasce sulla città eterna e quando chiude la porta di quella casa al Collatino è ancora ignaro della sorte, cattiva, spregevole, che sta per incontrare.

I dettagli li lasciamo da parte, come anticipavamo, troppo si è detto, ma una domanda in particolare non ha ancora risposta: perché?

Il diavolo corteggia l’uomo, il male alberga nel cuore, la noia è la miccia e la droga il detonatore. Non ci sono effetti senza cause.

Abbiamo visto solo un volto di Marco e Manuel e quello ci è bastato ma nulla sappiamo delle altre mille personalità che pirandellianamente li rendono rispettivamente nessuno e centomila, il loro “uno” è il demone che abbiamo visto agire sul corpo di Luca, massacrandolo. IMG_1272

Figli di famiglia, ragazzi modello agli occhi di genitori disattenti e troppo pronti a giustificare tutto per assolvere sé stessi, seppur con modalità differenti.

Nei racconti di entrambi emergono aspetti che fanno male, piegano in due, come cazzotti nello stomaco, tentati suicidi, passione per la sessualità violenta ai limiti dell’illegalità, da una parte la negazione totale dell’omosessualità, il rimarcare un orientamento considerato probabilmente giusto, e dall’altra il desiderio spinto all’inverosimile di cambiare sesso, essere una donna, ma senza dirlo a papà, che altrimenti sono guai; una famiglia borghese e una verace, personalità difformi eppure egualmente sovrapponibili in un’azione delittuosa che fa paura, tanta paura.

Non è fattibile alcuna analisi psicologica se si prescinde dagli elementi di origine e il motivo vero resta quindi ancora un mistero, quello che però possiamo svelare è il segreto di una realtà complessa che non può essere letta attraverso un pregiudizio ma deve rappresentarsi coerentemente attraverso la logica considerazione degli aspetti personali e relazionali che possono condurre due ragazzi, normali in apparenza, a trasformarsi in belve feroci, prive di senso morale e assetate di un sangue che, se non letteralmente bevuto, ha intriso le loro anime e li ha uniti in un oblio sancito dall’abbraccio accanto a quel corpo ormai cadavere che, se avesse potuto parlare ancora, certamente avrebbe posto loro la stessa domanda che noi oggi ci facciamo. Perché?

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