Mafia Capitale o criminalità reale?

La chiamano Mafia Capitale ed è subito un boom.

Siamo attratti da narrative fantomatiche di personaggi dipinti come archetipi malavitosi al limite della realtà, la morbosità è direttamente proporzionale all’interesse per la tipologia di condotte illecite ma disgraziatamente, anche in questo caso, non siamo in grado di attenerci strettamente ai fatti. Siamo noi stessi autori di un romanzo criminale certamente non all’altezza di quello del celebre De Cataldo.

La valutazione delle condotte soggettive non si limita alla connotazione giuridica dei singoli atti ma inevitabilmente trascende e “corre” sul filo di dietrologie che attengono passato e presente dei singoli attori legati alla “mala” e alla politica capitolina.

Non c’è la pretesa di accertare la verità formale in questa sede, ma appare quanto mai opportuno, e dal mio punto di vista anche logicamente provocatorio, offrire un’interpretazione alternativa, oggettiva e sostanzialmente neutra di quello che costituisce l’unico vero dato di fatto, ovvero le motivazioni dell’ordinanza di applicazione delle misure di custodia cautelare emessa dal GIP nei confronti di diversi soggetti, tra cui l’ormai noto Massimo Carminati, “il nero”
, “il cecato”, indagato, assieme ad altri, per il delitto di cui all’articolo 416 bis commi 1, 2, 4, 6 e 8 c.p., “per avere fatto parte di una associazione di stampo mafioso operante su Roma e nel Lazio, che si avvale della forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti di estorsione, di usura, di riciclaggio, di corruzione di pubblici ufficiali e per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione e il controllo di attività economiche, di concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi pubblici”.

La premessa che si ritiene necessaria è proprio in ordine al significato intrinseco del termine “mafia”, relativamente alla struttura organizzativa e agli interessi tipizzanti questa peculiare forma associativa.

Sia ben chiaro, non si parla negli atti di “mafia tradizionale”, ma allora, mi chiedo, perché non coniare, almeno per la grande divulgazione, un termine ad hoc che, molto probabilmente avrebbe meno appeal sull’opinione pubblica?

La risposta che riteniamo di poter dare si sostanzia nel fatto che, attraverso l’utilizzo improprio del concetto di associazione mafiosa si crei un “misunderstanding” tanto giuridico quanto pratico che permette l’imputabilità di alcuni soggetti per condotte criminali che, certamente esistenti, si configurerebbero, tuttavia, come un’insieme di reati di tutt’altro spessore, dove il “metodo” cosiddetto mafioso non è incontrovertibilmente riscontrato né riscontrabile.

Il sistema di potere mafioso, infatti, è una specificità tutta italiana, con caratteristiche proprie maturate nel corso del tempo: ovvero l’uso della violenza privata come strumento di mobilità sociale e occasione di profitto imprenditoriale, l’omertoso consenso sociale delle comunità sotto il controllo mafioso, il coinvolgimento di importanti segmenti dell’ambiente politico nei circuiti criminosi e infine la capacità di gestire attività formalmente legittime in cui far confluire i proventi dell’attività illecita. (Coletti, 1995).

Uno degli aspetti del fenomeno mafioso particolarmente interessante, però, riguarda la struttura interna; la gerarchia, secondo le principali testimonianze di numerosi collaboratori di giustizia, è costituita al livello più basso dagli uomini d’onore, che rivestono il ruolo di soldati, organizzati in gruppi, detti decine, a capo di ogni decina si trova il capodecina, mentre al vertice dell’organizzazione opera il rappresentante, affiancato eventualmente da un vicerappresentante che lo sostituisce nei casi in cui questi non possa prendere parte a una decisione.

Si presenta quindi un’organizzazione modulare e fortemente verticale: al crescere del numero dei membri vengono costituite nuove decine a fianco di quelle già esistenti, mentre le linee esecutive discendono dal rappresentante al capodecina ai soldati.

Oltre alla struttura esecutiva possiamo poi individuare una seconda struttura, che assolve compiti propriamente di decisione e di indirizzo; perno di essa è il consiglio, cui partecipano il rappresentante e i consiglieri.

Il consigliere svolge compiti di non facile inquadramento e sembra costituire un tentativo di mantenere e nello stesso tempo circoscrivere una certa dialettica all’interno di un’organizzazione fortemente verticistica, entro cui il ruolo di rappresentante è certamente prioritario in ogni momento decisionale.

Così questa figura dirime le liti interne, consiglia e controlla l’operato del rappresentante.

Ora, nell’ordinanza precedentemente menzionata e certamente ottimamente redatta ed argomentata, si leggono diversi passaggi che, a mio avviso, non tengono realmente conto dei ruoli specifici e delle individualità coinvolte.

L’invito, per quello che ci è concesso, e per quello che consideriamo “politicamente corretto” è quello di utilizzare per ogni cosa il sostantivo che la definisce, in questo caso si parla di criminalità, più che corretto.

Ma la mafia vera, Signori, è un’altra cosa!

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