Otto piani, 25 metri circa. Una storia di amore e cattiveria, vuoto e disperazione.

La nostra condotta è quasi sempre determinata da due forze che a volte agiscono nello stesso senso, mentre altre sono più o meno in contrasto; si tratta di istinto e volontà.

E’ pertanto nozione nota che esista una fondamentale difformità in quelli che chiamiamo atti istintivi e atti volontari, questi ultimi, infatti, presuppongono l’esistenza di una “previsione” circa lo scopo finale a cui tendono, mentre ciò che ha a che fare con la pulsione istintuale è limitato allo scopo immediato, ovvero, il fine ultimo è determinato da un impulso nascosto, altrimenti definibile come “incosciente”.

Gli istinti hanno anch’essi una loro patologia e nel caso del suicidio la minorazione che interviene ha a che fare con la conservazione individuale; in parole povere, l’interruzione intenzionale della propria vita è causata frequentemente dalla disperazione, cioè quella crisi violenta dell’anima, quel tumulto emozionale e affettivo che paralizza e soffoca ogni altro sentimento.

Nel caso di Pietro la lettura del gesto diviene estremamente più complessa, deve inevitabilmente tenere conto di una serie di variabili che hanno un peso notevole ed è proprio per questo che abbiamo scelto di affrontare questo caso cercando di dare una lettura psico-sociologica di una situazione individuale che ha condotto ad una tragedia collettiva.

Pietro era stato adottato ed è questo un dato importante nella rilettura della vicenda; succede spesso, infatti, che nei genitori di bambini adottati scatti una sorta di “onnipotenza educativa” dove la missione è quella di fare sempre qualcosa per i figli, talvolta anche con modalità errate. 

Questo suscita nel genitore un’inevitabile gratificazione sul piano narcisistico, ma frequentemente la distruzione inconsapevole di un passato biologico che, seppure lontano, è comunque presente, può innescare nel soggetto, sia esso bambino, ragazzo, o “quasi adulto” un senso di vuoto assimilabile all’idea di un albero con le radici recise, trapiantato in un giardino curato ma privo di un concime fondamentale che si chiama “senso di appartenenza”.

E’questa una parafrasi di un concetto ben più ampio che può essere approfondito partendo dall’analisi della relazione madre-bambino, teorizzata da Bowlby nella definizione dei cosiddetti “stili di attaccamento”; come suggerisce il termine stesso, l’attaccamento è qualcosa che si ripropone nelle dinamiche relazionali e interpersonali di un soggetto e secondo Bowlby questo sarebbe influenzato dal legame primario con la figura di accudimento.pietro

Dall’analisi delle notizie su Pietro e ancor più dall’analisi testuale delle parole utilizzate dal ragazzo nella lettera manoscritta, rinvenuta nel cassetto della scrivania della sua stanza, possiamo desumere una sostanziale instabilità proprio nelle relazioni interpersonali del ragazzo, il che immediatamente ci mette in allerta circa la possibile presenza di un qualcosa che clinicamente non possiamo classificare con il termine di mera “cattiveria”.

Non vogliamo però azzardare nessuna ipotesi diagnostica senza tener conto di alcuni altri elementi a suffragio della nostra tesi ed è per questo che, scavando ulteriormente, prendiamo in esame un altro tentativo di suicidio del ragazzo, avvenuto un anno fa.

Anche questo, forse, aveva un significato latente che doveva fungere da campanello d’allarme. Pietro temeva un abbandono, reale o immaginario, e per evitarlo ha compiuto tentativi disperati, non mediati dalla ragione.

Il suo atteggiamento era quello di chi riteneva gli altri responsabili delle sue afflizioni. La sofferenza era un ordine altrui. Questo Pietro avrebbe voluto urlarlo.

Dalla sua lettera possiamo rinvenire le tracce di relazioni fortemente caotiche, instabili, intense e forse adesive, contraddittorie e oscillanti tra dipendenza e disprezzo, come con Alessandra; e proprio lei, suo malgrado, si è trovata ad essere il contenitore di quel vuoto incolmabile che era l’anima di Pietro.

L’odio è soltanto un difetto dell’immaginazione, ma ha conseguenze nefaste.

Questo è quello che possiamo percepire direttamente dalle parole di un ragazzo ventenne, anche lui, a suo modo, è caduto nel tranello della psiche, ha scritto in stampatello la sua lettera, tre pagine di grida silenziose in cui parlava di un sentimento che è all’antitesi dell’amore.

Non un semplice piano criminale, ma il bisogno più profondo di proiettare su Alessandra la responsabilità di quel nulla pervasivo che era la sua sfera affettiva.

La cessione agli impulsi più bassi è stata la diretta conseguenza, l’intenzione di “torturare” la ragazza nell’intento bieco di slatentizzare quel sadismo che inevitabilmente fa parte di noi, il delirio secondo cui valeva la pena “sacrificare la propria vita per far provarealessandra all’altro la vera tristezza”, questo è ciò che resta più impresso.

Pietro ha manipolato una situazione per adattarla al suo scopo, l’angoscia ha prevalso e il sentimento cronico di vuoto era un fardello troppo pesante da portare sulle spalle.

Uccidersi e uccidere significava prendere una posizione, giungere ad un epilogo, dimostrare; e in effetti questo ragazzo qualcosa ci ha mostrato.

Ci ha costretto a guardare in faccia una realtà squilibrata in cui il disagio viene ghettizzato, non percepito, allontanato, ci ha inchiodati su una riflessione di importanza enorme: il significato della vita, delle relazioni, della famiglia.

Nella sua lettera non mancano passaggi indirizzati ai genitori ed è proprio in quelli che possiamo trovare la chiave interpretativa, nelle poche parole per la mamma e il papà Pietro ha mostrato il suo profilo più debole, quello maggiormente attaccato alla necessità di una “famiglia tradizionale” come copertura di facciata di un’ansia profonda.

Ci si può abituare a tutto, ma non al dolore, secondo Pietro. E quando ques
to ti dilania non hai scampo, il vuoto inizia a prevalere e in questo nulla scegli di portarti dietro quello che idealmente identifichi con la fonte della tua sofferenza e del tuo risentimento: Alessandra.

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