Siamo allo sfascio. Mi piacerebbe pensare ad una frase del genere da utilizzare solo come slogan pubblicitario per un rivenditore di pezzi usati per automobili, ma no, purtroppo non parliamo di questo.

Un paese allo sfascio, una città allo sfascio, Roma; una megalopoli che conta milioni di abitanti, l’evoluzione di un’antichità eccelsa che ha dominato il mondo intero, un agglomerato urbano che oggi è caotico e invivibile.

Di chi è la responsabilità? Ma è ovvio, di tutti noi, cittadini incapaci di protestare adeguatamente contro un’amministrazione che definire “mala” è quasi un eufemismo.

Siamo tutti stanchi, presi dai nostri malesseri, dalle nostre insoddisfazioni, dalle vite difficili, a volte inaffrontabili, ingestibili, preoccupate e preoccupanti, ma ci tappiamo gli occhi ogni giorno, per non vedere, alziamo il volume del caos, per non sentire, e scegliamo inconsapevolmente di tacere, perché aprir bocca significherebbe urlare con una ferocia e una rabbia tali da esser giudicate “inaccettabili” in un contesto che, arditamente, si autodefinisce civile.

A Roma c’è ben poco di civile, e non si tratta di luoghi comuni, ma di realtà tangibili, le risorse non vengono valorizzate, ma al contrario, distrutte, servizi inutili nascono e muoiono con la rapidità che il vento impiega per mutare la sua direzione.

Roma: 2.650.155 abitanti per un’estensione di 1.287.36 Km quadrati, il comune più esteso e popoloso d’Italia, senza considerare poi le piccole frazioni limitrofe che, seppur amministrate autonomamente, costituiscono di fatto parte integrante di un territorio che, per ampiezza e popolazione, meriterebbe senza dubbio un’attenzione “particolare” da parte di chi, consapevolmente, osa apportare sterili e fatue modifiche in maniera arbitraria, senza conoscere, senza aver mai vissuto nel contesto capitolino, soprattutto senza preoccuparsi, almeno apparentemente, di impiegare le risorse economiche (già scarse) in iniziative che non si mostrano portatrici di alcun giovamento per nessun e sottolineo nessun cittadino!

Non serve fare nomi e cognomi in questa situazione di disagio dilagante, serve rendersi conto di ciò che sta accadendo intorno a noi, ciò che abbiamo conquistato a suon di battaglie è quello che stiamo perdendo per colpa di una gestione a dir poco ridicola; siamo indietro rispetto a qualsiasi altra realtà europea e abbiamo scelto di fare parte di questa grande comunità senza che i nostri vertici fossero realmente consapevoli di ciò a cui andavamo incontro: far parte di un gruppo non significa semplicemente fruire dei benefici che possono derivarne, ma partecipare attivamente per il raggiungimento di uno standard che, qualitativamente, sia alto e al passo con le realtà internazionali emergenti.

Roma sembra il terzo mondo, i soldi pubblici vengono impiegati per la realizzazione di progetti che, senza alcuna forma di controllo razionale,  presentano un’utilità inesistente e nulla rispetto alle stesse finalità che si propongono.

Piste ciclabili, bike sharing e quant’altro non tengono conto della reale morfologia geografica della città, corsie preferenziali per gli autobus progettate in maniera incomprensibile non favoriscono in alcun modo la circolazione dei mezzi pubblici né snelliscono il flusso del traffico, semplicemente limitano e intasano una viabilità che appare già di per sé compromessa dall’elevato numero di veicoli.

E’un punto dolente per la nostra città quello relativo ai trasporti, è stato terreno fertile per scandali gossippari e di natura varia, ma la centralità del problema permane e intacca in maniera ingente la qualità della vita dei cittadini, costretti, loro malgrado, a dover utilizzare automobili e scooter per muoversi da un polo all’altro in mancanza di infrastrutture adeguate.

Si è deciso di pedonalizzare alcune aree ma non di valorizzarle rendendole fruibili al turista e “appetibili” all’imprenditore o al commerciante che decide di investire sul territorio, l’effetto si chiama banalmente incazzatura. Mi sembra il neologismo più adatto per descrivere lo stato d’animo dei romani, non c’è più la cultura dell’estetica, i piani regolatori per l’edilizia non esistono, la città non è più eterna, né antica, ma solo vecchia; vecchia rispetto alle “colleghe” europee, vecchia rispetto alla mentalità del singolo che è in continua evoluzione, vecchia architettonicamente.

Mostra le rughe di anni duri, rovinosi, le facciate sono state intaccate dal maltempo che ha portato fango ovunque e frane per le strade, buche grosse come voragini in una trincea che attraversiamo ogni giorno, ma soprattutto crepacci nell’animo della gente, che soffre, paga e lotta ogni giorno quando esce di casa e inconsapevolmente rinuncia ad uno stile di vita che sia quantomeno garantista di un diritto fondamentale: la salute.

I romani la stanno perdendo e in considerazione della situazione che coinvolge la sanità e le strutture deputate alla cura diventerà difficile riacquistarla se qualcosa non cambia; non è polemica questa, non è uno sfogo accorato di un idividuo X, è il ritratto di Roma, di una città che ad oggi, si rivela adatta giusto per una caricatura da strada, realizzata da un’amministrazione che mostra velleità artistiche non correlate a talento, capacità e onestà, tanto intellettuale quanto sostanziale.

NO COMMENTS

LEAVE A REPLY