Pesante come un macigno è arrivata pochi giorni fa la “sentenza lampo” nel processo di appello che vedeva Salvatore Parolisi come unico imputato per l’omicidio della moglie Melania; abbiamo chiesto all’Avvocato Chiara Penna, del Foro di Cosenza, di commentare il fatto e di fornirci un parere che ci aiutasse ad orientarci nel mare magnum di una vicenda che, formalmente e giuridicamente, ci lascia ancora piuttosto perplessi.

Di seguito, la ricostruzione della brillante avvocatessa cosentina.

Secondo l’accusa, Melania Rea, che moriva dopo un’agonia durata alcune decine di minuti per anemia emorragica acuta, è stata colpita ripetutamente con un’arma da punta e taglio al collo, al dorso e al tronco.

Secondo l’accusa l’assassino ha approfittato di circostanze tali da ostacolare la difesa: pantaloni, collant e slip abbassati al di sotto delle ginocchia. Poi, con crudeltà consistita nel proseguire nell’azione lesiva anche quando la donna era ormai incapace di difendersi a seguito dei colpi ricevuti, ha infierito sul suo corpo con ben trentacinque coltellate.

L’assassino a cui si dà la caccia va via, lascia Melania agonizzante nel bosco di Ripe di Civitella e ritorna in un momento successivo sulla scena del delitto per incidere con uno strumento a punta smussa la cute dell’addome inferiore, della zona anterolaterale della coscia destra e della zona laterale della coscia sinistra, in modo da provocare “ferite figurate”, ovvero sia segni la cui disposizione richiama, rispettivamente, una “X” o “croce di Sant’Andrea” (sull’addome), una “svastica” (sulla coscia sinistra) ed una “grata a grosse maglie” (sulla coscia destra). Infligge, poi, una siringa usata all’altezza del petto, in corrispondenza della regione mammaria sinistra.Avv. Chiara Penna

Vilipendio e deturpamento del cadavere, dunque, al fine di conseguire l’impunità dal delitto di omicidio pluriaggravato e nel tentativo di depistare le indagini.

In pochi giorni il marito di Melania, Salvatore Parolisi, da persona informata sui fatti, scorrettamente ascoltato per ore ed ore dagli inquirenti senza difensore e senza le garanzie imposte dalla Legge a tutela del diritto di difesa e del Giusto processo, diventa l’unico e solo indagato.

Un’indagine arrangiata che si regge sulle bugie di un marito traditore, un’attività inquisitoria Parolisi-centrica che fa dimenticare qualsiasi possibile altra pista e che glissa sulla telefonata anonima dell’uomo mai identificato che segnala il cadavere di Melania.

Un uomo che una volta divenuto ufficialmente indagato, già sottoposto ad intercettazioni ambientali e telefoniche, viene sottoposto a ripetuti ed estenuanti interrogatori, al termine di uno dei quali è persino uscito senza scarpe. Un bugiardo patologico al quale viene tolta la potestà genitoriale sulla figlia, prima ancora dell’emissione della sentenza di primo grado, perché colpevole di aver tentato di nascondere la propria amante con bugie infantili.

Questi gli elementi a carico di Salvatore Parolisi.

Ovviamente non bastano per sostenere un’accusa di omicidio, uxoricidio per l’esattezza, in un procedimento penale. Tralasciando cani molecolari e macedoni, si guarda ad ogni movimento dell’indagato e, partendo da ogni sua mossa, si costruiscono le più disparate teorie tutte volte a trovare una spiegazione non all’omicidio, bensì a come cucire addosso al marito infedele un perché adatto a renderlo l’assassino della moglie.

Parolisi ha ucciso la moglie, prima perché stretto in un imbuto emotivo generato da Melania che non l’avrebbe lasciato e da Ludovica, alla quale aveva promesso che avrebbe lasciato la moglie; ma non regge, quindi Parolisi ha ucciso la moglie perché Melania aveva scoperto un segreto inconfessabile all’interno della Caserma; neanche in questo caso ci sono riscontri, quindi Parolisi ha ucciso la moglie perché Melania aveva scoperto un traffico di droga proveniente dall’Afganistan.

Niente di niente neanche in questo caso.

La tesi più fantasiosa ed evidentemente più suggestiva che viene scelta e posta a corredo della sentenza di condanna all’ergastolo in primo grado è, dunque, quella secondo cui Parolisi, vedendo la moglie nel bosco intenta a fare i propri bisogni, avrebbe provato a baciarla al fine di avere un rapporto ma lei avrebbe rifiutato le avances. A quel punto il marito bugiardo e traditore avrebbe reagito all’umiliazione sferrando quella serie di colpi mortali con un coltello che aveva in tasca.

La conclusione è che l’uomo che aveva rapporti con altre donne e che intratteneva una relazione stabile con una soldatessa da mesi, uccide la propria moglie con modalità così efferate, probabilmente anche alla presenza della figlia, perché la donna gli nega un rapporto sessuale.

Il tutto sulla base del nulla processuale e dopo una ripetuta violazione dei principi che regolano il Giusto Processo ed il Diritto di difesa, non soltanto nella fase embrionale del procedimento, ma anche durante il Processo celebrato nelle forme del Rito abbreviato ed anche in contraddizione a quanto si legge dallo stesso capo di imputazione, visto che si parla di ferite da taglio e da punta e taglio, quindi cagionate da due tipologie di armi probabilmente differenti.

Sull’intera area del ritrovamento del cadavere di Melania Rea non sono state rinvenute tracce riconducibili a Salvatore Parolisi: nessuna traccia genetica che corrisponda a quella dell’imputato. Così come sui suoi indumenti, sulla sua auto, e sul suo orologio: alcuna traccia di sangue di Melania.

Al contrario, sul corpo di Melania sono stati rinvenuti capelli di donna e tracce genetiche di un uomo e di una donna non identificati. Sotto l’unghia dell’anulare sinistro e solo sotto quel dito, è stata rinvenuta una traccia corrispondente al profilo di una donna rimasta non identificata. Sulla coscia destra di Melania appariva una impronta di sangue simile a quella di un polsino di giubbotto impregnato di sangue che si è appoggiato sulla pelle di Melania. Nessuna considerazione sul fatto che né il medico legale, né gli operatori intervenuti, né lo stesso Salvatore Parolisi, né la povera Melania indossassero indumenti le cui estremità potessero essere riconducibili al disegno di sangue sulla coscia. In prossimità della scarpa destra di Melania sono stati rinvenuti brillantini diversi da quelli incastonati nelle scarpe della vittima, ma nonostante tale dato sia stato confermato dal produttore delle scarpe che indossava la vittima, nessun riscontro è stato fatto.

Ed ancora, le tracce lasciate da un’auto nei pressi della scena del crimine non corrispondono né per misura, né per disegno, a nessuno dei singoli pneumatici montati sull’auto di Parolisi e né, dato non trascurabile, alcuna analisi è stata effettuata sulla fontana a pochi metri dal cadavere.

Tutte queste carenze nelle attività di indagine sono allarmanti ma non scalfiscono l’idea che è stata costruita intorno al personaggio Salvatore Parolisi e scompaiono di fronte al marito bugiardo e traditore, facendo sì che si incardini un processo in cui oltre ogni principio che regola il processo accusatorio, l’imputato diventa egli stesso prova della propria colpevolezza.

Un uomo da attaccare su ogni fronte, tanto che il giudice di primo grado, andando al di là di quelli che sono i propri poteri ed il proprio dovere di motivare la propria decisione, scrive nella motivazione alla sentenza di primo grado – testuale : “Nel corso del processo ha assistito in disparte e “silente” (anche sotto il profilo dei normali saluti, quali un “buongiorno” o un “buonasera” che normalmente si pronunciano a chi entra o esce da un’aula di giustizia)”. Non solo, arriva a collazionare la propria decisione, evidentemente presa su un’onda emotiva tale da leggere il dispositivo dimenticando che l’imputato non era ancora entrato in aula (!!), improvvisando un’indagine sulla personalità assassina del caporalmaggiore, provata dal fatto che non fosse in grado di calmare la piccola Vittoria, che non smetteva di piangere la notte dopo l’omicidio della mamma.

Un processo, dunque, in cui non si coglie la più elementare considerazione che un uomo così abile nel farsi amare dalle donne, che ama circondarsi di adulazione, così infantile da autocompiacersi di fronte a tutte le sue conquiste amorose e così poco astuto da promettere a tutte il proprio amore, non è un uomo che uccide le donne.

Ma l’ergastolo diventa condanna a 30 anni di carcere.

Questa la recentissima pronuncia della Corte di Assise di Appello dell’Aquila nei confronti di Salvatore Parolisi dopo nove ore di Camera di Consiglio.

L’udienza finale del processo è durata oltre due ore e per completare il quadro, il legale della famiglia Rea mostra in aula una videochat hard tra Parolisi e la sua amante Ludovica. Obiettivo del legale? Smontare le repliche della difesa di Salvatore Parolisi, che aveva prodotto una lettera nella quale Salvatore diceva alla moglie di volerle bene: impossibile che un uomo che scrive di voler bene alla moglie, quattro ore dopo comunichi in videochat con la propria amante mostrando reciprocamente le parti intime.

Un ragionamento che non fa una piega, se non fosse che tutto ciò poco c’entra con un omicidio avvenuto in quelle modalità.

Quello che in realtà resta è una tragedia piena di ombre ed il fatto che, in totale spregio ai dettati normativi e costituzionali, nel dubbio si condanni invece che assolvere.

Probabilmente lo si fa perché la decisione da prendere è quella che tutti vogliono o che in realtà è stata già presa, e non si può tornare indietro neanche di fronte ad un teorema accusatorio logicamente corretto, ma fondato su premesse errate.

Si aspettano le motivazioni del Giudice di Appello, poi il ricorso in Cassazione, una conferma o un annullamento con rinvio e poi magari una Revisione. Comunque andranno le cose, però, per Melania, Vittoria e Salvatore, e con un’accezione diversa del termine per tutti coloro hanno contribuito a far sì che l’intera vicenda assumesse contorni così grotteschi, resterà in ogni caso un “fine pena: mai”.

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