Ogni giorno milioni di persone cliccano su Facebook il pulsante “mi piace”, dichiarando esplicitamente le loro preferenze per una varietà di cose, come ad esempio libri, film e video; ma quel “mi piace” può rivelare molto più di quanto realmente lascia intendere, mipiaceovvero l’orientamento sessuale, l’eventuale utilizzo di droghe, l’appartenenza religiosa ecc.

Questo è quanto emerge da uno studio recentissimo: le tue preferenze sono il tuo ritratto.

Già da decenni siamo a conoscenza del fatto che le caratteristiche di genere, razza, anagrafica, orientamento religioso, personalità ecc. sono correlate alla scelta di prodotti, “concetti” e attività da svolgere; questo è il motivo per cui le aziende sono così ansiose di raccogliere informazioni personali sui loro consumatori: la pubblicità è molto più efficace quando si rivolge a gruppi di persone che hanno più probabilità di essere interessate a un prodotto.

L’unico aspetto che è cambiato è da individuare nella proporzione crescente di dati personali che è disponibile su Internet, laddove Facebook è diventato un importante hub per la divulgazione di tali dati proprio attraverso il pulsante “mi piace”.

Un team guidato da Michal Kosinski, psicologo presso l’Università di Cambridge, nel Regno Unito, si è occupato di analizzare quanto le “simpatie” della gente rivelassero  su di loro.

Per questo motivo è stata creata un’applicazione Facebook chiamata myPersonality, dove gli utenti, dopo aver accettato di prestarsi agli scopi della ricerca, rispondevano ad un questionario auto-somministrandosi test psicodiagnostici con lo scopo di valutare aspetti come la competitività, l’estroversione, l’introversione e la soddisfazione generale nei confronti della vita.

In questo modo Kosinski e il suo team, non solo ottenevano quei dati, ma anche i dati del profilo Facebook dell’utente e di buona parte della sua rete di amici.

Sono stati utilizzati i dati di 58.000 volontari di myPersonality per costruire un modello statistico, successivamente un altro campione è stato impiegato per testare quanto il modello potesse ben delineare alcuni attributi personali dal clic sul pulsante “mi piace”.

Hanno dimostrato che, semplicemente considerando cosa “ti piace” su Facebook, è possibile determinare sesso, etnia, orientamento politico  e religione con una precisione di oltre l’80 per cento.

Ciò significa che i “mi piace” di Facebook rappresentano in maniera suggestiva un “buon predittore” di attributi personali in senso statistico.

In relazione a questo “screening” di alcune caratteristiche individuali dei profili, effettuabile attraverso l’utilizzo dei soli dati pubblici, dobbiamo citare poi uno studio del 2011 dell’Università di Austin, Texas, che ha rivelato come nella realtà virtuale di Facebook gli utenti non siano diversi da come sono “off line”; lo studio ha anche sottolineato una forte connessione tra personalità reale e comportamento Facebook-correlato, evidenziando come interazioni sociali e personalità rispecchino con precisione gli ambienti non virtuali.

Guardando i “cinque grandi tratti della personalità”  il professor Samuel D. Gosling e i suoi colleghi hanno scoperto come suddetti tratti (apertura, coscienziosità, estroversione, gradevolezza e nevrosi) si riflettano accuratamente nelle reti sociali come quella di Facebook.

Altri ricercatori hanno poi stabilito un legame diretto tra il numero di amici che si hanno su Facebook e il grado di “narcisismo”, dimostrando che le persone che ottengono punteggi elevati al Narcissistic Personality Inventory hanno più amici su Facebook e aggiornano più frequentemente il loro “newsfeed”.

Un certo numero di studi precedenti aveva già collegato il narcisismo con l’uso di Facebook, ma dalla Western Illinois University è arrivata una delle prime testimonianze di un rapporto diretto tra gli amici di Facebook e gli elementi più “tossici” del disturbo narcisistico di personalità.

I ricercatori hanno infatti misurato due elementi “socialmente pericolosi” del narcisismo che includono l’egocentrismo, la vanità, la superiorità e le tendenze esibizionistiche unitamente alla volontà di manipolare gli altri.

Ecco, a questo punto si potrebbe andare oltre e poi ancora oltre nel capire quante informazioni sul singolo individuo siano direttamente deducibili, in senso statistico, solo dall’analisi del profilo social.

Se poi volessimo traslare il tutto nell’applicazione pratica dell’investigazione psicologica, attraversando la sottile linea di demarcazione che la suddivide dal virtuale, sarebbe interessante valutare effettivamente la presenza dei sopraccitati indicatori nei profili dei social network di alcuni soggetti.

Questo permetterebbe, in particolar modo nel settore della psicologia criminale, di tracciare accuratamente un profilo di personalità basato su indicatori puramente statistici di predittività di un comportamento criminale specifico, il che risulterebbe utile soprattutto in relazione all’identificazione e al confronto dei meccanismi psicologici che sono alla base di un buon numero di azioni criminose che apparentemente non presentano “motivazioni” coscienti.

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