E’ giallo a Tor dè Schiavi

Il delitto del prenestino è il caso di cronaca che a Roma rappresenta il preludio di un autunno che tarderà ad arrivare, si fa attendere il ponentino e insieme al fresco venticello, anche una ricostruzione plausibile che possa chiarire quei punti ancora nebulosi riguardo la vicenda che ha visto la morte di Maria Giuseppa Tescione.

Il cadavere della donna, che viveva con il nipote disabile, è stato rinvenuto nella serata di ieri all’interno di una cassapanca, martoriato da numerose ferite d’arma da taglio.

A chiamare i carabinieri è stato proprio il nipote, 50 anni, costretto su una sedia a rotelle; i sospetti sono stati subito rivolti a lui a causa delle incongruenze nel racconto e soprattutto in relazione ad alcune ferite presenti sul dorso di una mano.

Tali ferite, che stando al racconto dell’uomo sarebbero da ascrivere alla “colluttazione” con i rapinatori entrati nell’abitazione, risultano, agli occhi degli inquirenti, troppo superficiali e quindi più probabilmente riconducibili ad un disperato tentativo di difesa da parte della donna 83enne.

I dati oggettivi sono sostanzialmente tre: la cassapanca che conteneva il cadavere rovesciata sul pavimento, le ferite sulla mano del disabile, la porta di casa aperta.

Il numero delle coltellate pare sia elevato, si ipotizza più di 10, le ferite sarebbero tutte al petto e la donna presenterebbe anche una lesione da corpo contundente al capo e diverse ecchimosi.

Il primo punto che dobbiamo considerare nell’analisi ha a che fare proprio con le caratteristiche fisiche e anagrafiche della vittima in relazione alla tipologia delle lesioni che sono state notate nell’immediatezza; siamo infatti a conoscenza del fatto che il nipote, paraplegico, si muove con una sedia a rotelle e l’altezza della seduta è di circa 50 cm partendo da terra, se le ferite sul petto della donna risultassero inferte dall’alto verso il basso, oppure perpendicolarmente, questo potrebbe portare a due diverse valutazioni, la prima indicherebbe un aggressore più alto della donna, la seconda potrebbe invece orientare verso una dinamica in cui la pensionata poteva essere riversa a terra in seguito al colpo ricevuto alla testa.

Appare difficile ipotizzare l’aggressione da parte di un disabile in entrambe le circostanze descritte, viceversa, se i colpi risultassero inferti dal basso verso l’alto, sarebbe allora più plausibile considerare quest’ipotesi.

Altra questione su cui riflettere è quella attinente l’arma del delitto, è indispensabile individuare il tipo di coltello utilizzato avendo cura di discriminare tra un’arma facilmente reperibile all’interno di un’abitazione e un arnese d’altro genere, come ad esempio un serramanico; la lama non sarebbe stata rinvenuta durante il sopralluogo nell’appartamento, o almeno, di questo non si legge sui quotidiani e le agenzie che hanno riportato la notizia ma, se consideriamo come sospettato principale il nipote, con la sua difficoltà di movimento, sorge spontaneo chiedersi, dove avrebbe potuto occultare il coltello? E soprattutto, in che modo avrebbe potuto sollevare da terra il cadavere dell’anziana per introdurlo nella cassapanca non potendo fare affidamento sulla spinta delle gambe?

Un ulteriore aspetto da considerare attiene le relazioni della donna, sia con il nipote, sia con terzi; la Tescione  viene descritta dai condomini come “estremamente riservata”, quindi, bisognerebbe indagare nella sua vita per capire se eventualmente qualcuno andava a farle visita, oppure poteva farsi aprire la porta senza destare particolari sospetti.

Parallelamente non dobbiamo trascurare un elemento che nell’omicidio riveste un ruolo di spicco, ovvero il movente. La rapina appare certamente una motivazione labile, non sembra siano stati sottratti oggetti dall’appartamento e in ogni caso la condizione della pensionata, che risiedeva in una zona popolare della città, non attribuisce un valore aggiunto a quanto dichiarato dal nipote.

Con un pizzico di malizia bisognerebbe approfondire maggiormente la situazione familiare della Tescione, se infatti il nipote risultasse l’unico nell’asse ereditario, non sarebbe poi così assurdo immaginare, non tanto uno squilibrio psichico del soggetto, quanto più un atto di “opportunità”, magari in concorso proprio con chi da quella porta è entrato e poi uscito macchiandosi di un crimine tanto efferato.

Insomma, i punti da chiarire prima di giungere ad una conclusione definitiva sono ancora molti e necessitano certamente di una valutazione approfondita tenendo conto di tutte quelle tecniche, sia d’interrogatorio, sia di valutazione della scena del crimine, che possono instradare verso una pista certa, fondata su evidenze piuttosto che supposizioni.

Non dimentichiamo però che, se in situazioni di disagio e squilibrio psichico (si legge di una probabile condizione di questo genere nel nipote della donna) si sono verificati un gran numero omicidi, l’assassino, seppur affetto da patologia psichiatrica, non presentava, in un gran numero di casi analoghi, limitazioni motorie di gravità pari ad una paraplegia, una disabilità di questo genere, infatti, scema enormemente le possibilità sia di alterazione della scena del crimine, sia di “messinscena”.

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