Per parlare di criminalità sul territorio e affrontare il problema della marginalità e del disagio è necessario considerare una realtà: la nostra realtà, quella di Roma e in particolare quella di alcuni quartieri, tra cui “Bastogi”.

Si trova tra Valcannuta e Torrevecchia il “Residence Bastogi”; nel cuore del XVIII municipio, arroccato come una cittadella, sorge questo agglomerato di palazzine costruite negli anni ’80, la cui destinazione iniziale era quella di un residence universitario, ben presto acquisito dall’amministrazione comunale di Roma per essere trasformato  e frazionato in alloggi per le famiglie in attesa di ricevere una “casa popolare”.

Ad oggi, un’alta percentuale degli abitanti del quartiere “Bastogi”, con due “g”, come viene pronunciato dagli stessi residenti, è costituita dalle famiglie assegnatarie, ma non mancano gli occupanti abusivi, molti dei quali coinvolti in storie che “criminologicamente” parlando, costituiscono una realtà amara.

Di documentare il perché della pessima reputazione di “Bastogi”, si sono occupati già nel 2003 Claudio Canepari e Maurizio Iannelli, realizzando una docu-fiction che raccontava una storia nella storia.

Partiti con l’intenzione di analizzare e riportare l’esperienza della quotidianità dei giovani di “Bastogi”, si sono trovati, in considerazione delle vicissitudini giudiziarie dei “protagonisti”,  ad affrontare il fenomeno osservandolo da un altro punto di vista, ovvero quello delle “donne” del Bronx capitolino.

Ragazze, giovani madri, mogli e fidanzate tutte accomunate dallo stesso destino: la carcerazione di un compagno.

E così Chicca, Maria e Carlotta, riprese dall’obiettivo di Canepari e Iannelli, ci hanno catapultati in un film che descrive pienamente il loro “mestiere di vivere”, i contorni di una realtà  di evidente disagio.

Si respira degrado affacciandosi su questa roccaforte di cemento, i muri imbrattati da scritte che parlano di dolore, ma anche di amori e di amicizie, adolescenti che hanno già sperimentato  una relazione malata con le droghe, in termini di abuso, di detenzione e soprattutto di spaccio, una rete sociale costituita da maglie troppo larghe, bambini già adulti e difficoltà oggettive date dalla scarsa possibilità di far nascere strutture territoriali che contribuiscano a creare aggregazione tra gli abitanti.

Poche attività commerciali e ricreative, una cattedrale nel deserto in cui l’isolamento è dato soprattutto dall’incapacità di comunicare con l’esterno e di confrontarsi con realtà differenti, un clima fortemente influenzato dall’impossibilità di accedere a quelle risorse che oggi sono fondamentali.

Bastogi è Roma, come è Roma il Colesseo, i Fori Imperiali, Piazza Navona e Fontana di Trevi.

Abbiamo valorizzato da sempre tutto ciò che di meraviglioso la cultura classica ha lasciato nella nostra città, è forse giunto il momento di iniziare anche a “riqualificare” qualcosa di più recente, come ad esempio le numerose altre zone di Roma che, al pari del “Residence Bastogi”, favoriscono l’instaurarsi e il radicarsi di comportamenti devianti sin dall’età della formazione; anni in cui l’acquisizione di certe consapevolezze forma l’individuo del domani.

La “rigenerazione” dei quartieri in un’ottica integrata che veda andare di pari passo l’architettura, l’urbanistica e le scienze sociali è un ulteriore passo verso il raggiungimento di un traguardo costituito da quello che utopicamente potremmo definire come “Il mondo che vorremmo”.

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