Educazione Siberiana è un approccio realistico ai contenuti estremi della tradizione criminale.

Una descrizione cruda della marginalità che inevitabilmente ci attrae; un percorso attraverso una storia dove l’esperienza si imprime sulla pelle con le cicatrici e i tatuaggi, e nell’anima, attraverso le gioie della semplicità e i dolori delle atrocità osservate dall’interno.

Dal punto di vista letterario un capolavoro, criminologicamente un insight sulla concezione della “famiglia” così come l’abbiamo sentita raccontare nelle società più vicine a noi.

Attraverso il racconto di Nicolai Lilin possiamo addentrarci in un universo che, da sempre, spaventa e nel contempo sorprende.

Anche nel male c’è una logica; può essere giusta, condivisibile, criticabile, ma esiste.

Non è difficile cogliere all’interno del romanzo tutti quegli elementi che nella psicologia clinica consideriamo predisponenti ad un certo tipo di devianza da quella che può essere considerata come “norma”, sia in senso morale che prettamente giuridico, tuttavia, siamo portati ad interpretarli nell’ottica di una cultura che differisce sostanzialmente dalla nostra, da quella condivisa.

Il ritratto di un carcere minorile che appare decisamente afflittivo e molto poco rieducativo, un ambiente insalubre dove la delinquenza si apprende e dove vige una legge non scritta, un quadro che rimanda fortemente agli interrogativi inerenti la quotidianità attuale.

Un’involontaria analisi sociologica di quello che alcuni studiosi hanno definito “l’università del crimine”, ma anche, e soprattutto, oserei dire, un mondo fatto di relazioni in cui la comunicazione diventa rigida e i codici hanno un’unica dolorosa chiave di lettura.

L’educazione siberiana è tutto questo e pone le basi per un’analisi più approfondita dell’impatto che tale realtà ha su di noi.

Differentemente da quello che accade nelle “celebrazioni” di alcune bande criminali, qui possiamo azzardare una riflessione su contenuti che inevitabilmente smuovono qualcosa dentro, che sia orrore, pena o compassione.

Ci si interroga, da “addetti ai lavori” su quale sia il percorso migliore da intraprendere nella ricerca di un miglioramento riguardo il nostro microcosmo detentivo e devo dire che gli spunti sono numerosi se ci si rapporta a questa realtà in modo avulso da ipocrisia e pregiudizio.

Bisogna considerare che ognuno di questi ragazzi è in fondo fragile e spesso, la sua ricerca di stima e di approvazione da parte degli altri passa attraverso condotte devianti perché non si conoscono altre vie; la violenza è scatenata dalla ricerca di un nemico in senso assoluto.

Un nemico qualunque, purchè sia diverso da sé, un nemico da vincere per sentirsi vincitori.

E’ questo che mi ha fatto venire in mente l’opera di Lilin, una trasposizione romanzata del fenomeno della baby gang, l’anello di congiunzione tra devianza e criminalità.

Una struttura rigida, un leader, una gerarchia interna definita, il controllo di un territorio, gli scontri.

Un’appartenenza al gruppo vissuta in modo viscerale e una coesione interna per cui chi infrange le “regole” viene punito.

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