I misteri di Castel Volturno

E’ a dir poco inquietante lo scenario che va delineandosi nella ricostruzione dei fatti e nelle indagini sulla morte di Elisabetta Grande e Maria Belmonte.

Domenico avrebbe abusato sessualmente della figlia, provocandole un trauma  che, non solo avrebbe portato al deterioramento dei rapporti, ma soprattutto avrebbe innescato in Maria un meccanismo patologico.

Appare utile, quindi, effettuare una brevissima digressione proprio su questa tipologia di abuso, che, sebbene nel caso specifico non sia stato oggettivamente accertato, sul piano generale pone la persona che ne è vittima in una sostanziale impossibilità di agire, all’interno di una relazione sessualizzata, ad esempio attraverso l’uso di minacce.

In particolar modo, a causa dell’origine della molestia, l’abuso sessuale intrafamiliare produce, in linea di massima, effetti anche più gravi di quelli prodotti da abusi avvenuti all’esterno, dando origine, non di rado, a problemi di natura psicologica difficilmente risolvibili in maniera spontanea nel corso della vita.

L’abuso sessuale costituisce, perciò, un “fattore di rischio aspecifico” nei confronti di differenti disturbi e le reazioni ad esso, seppur variabili e influenzate da vari elementi, possono richiamare, frequentemente, ad una sintomatologia depressiva che diventa parte dell’individuo.

Non sono poi rare le problematiche connesse più strettamente al corpo, i disturbi psicosomatici, i disturbi del comportamento alimentare, l’abuso di alcool o farmaci e, paradossalmente, una sessualità promiscua che, secondo differenti teorie, può essere interpretata come la tendenza a tenere distinti gli affetti dal sesso o come un utilizzo non ponderato del corpo, quale reazione ad un’opinione di sé estremamente bassa.

Potrebbe essere questo il caso di Maria Belmonte, che nel novembre del 2003 venne ricoverata presso la clinica Villa Serena di Pescara, dove rimase per venti giorni, dividendo la stanza con Rosa Anna Orticello.

Proprio la Orticello avrebbe rivelato agli investigatori le confessioni di Maria, che pure confidò di essersi recata da sola nella clinica di Pescara dopo aver contratto l’epatite C a causa di svariati rapporti sessuali promiscui e di essersi prostituita durante il periodo della degenza.

Tale quadro rafforzerebbe ulteriormente l’idea che ci siamo fatti di una forte patologia relazionale, dettata probabilmente da un disturbo psichiatrico del Belmonte, il quale, oltre ad apparire in un certo senso come il “padre padrone”, presenta allo stato attuale delle incongruenze comportamentali che ci fanno propendere per la presenza di una depressione e probabilmente di una “struttura paranoide”, dove la personalità si contraddistingue, secondo Freud, per una fissazione della libido nello stadio narcisistico, per la proiezione delle proprie angosce sull’altro e sul mondo esterno (l’oggetto amato si trasforma in un oggetto che odia, quindi perseguita) e, soprattutto, per la difesa dagli impulsi omosessuali (negati dal soggetto attraverso il delirio).

La lucidità, la sistematicità e la tendenza alla cronicità del delirio potrebbero essere riscontrate nei diversi atteggiamenti del Belmonte, anche antecedenti alla scomparsa delle due donne; le note fondamentali sono costituite dalla diffidenza sistematica e dall’erronea interpretazione della realtà (preoccupazioni apparentemente immotivate per la propria sicurezza e tendenza all’isolamento), nonché dalla scarsa adattabilità alla vita sociale.

Bisogna sottolineare poi, per quanto attiene l’occultamento dei cadaveri all’interno dell’intercapedine, che, tale gesto, certamente lucido, potrebbe essere letto come conseguenza della buona integrazione psichica del soggetto al di fuori dei temi deliranti; non è infatti da escludere che Belmonte conservi la disciplina puramente formale del pensiero.

Allo stato dell’arte, tuttavia, queste restano solo ipotesi, gli elementi sono ancora pochi per poter azzardare una ricostruzione dinamica dell’evento e, in ogni caso, sarà importante indagare la relazione che legava Belmonte a Salvatore Di Maiolo per addentrarci maggiormente nella realtà macabra della villetta degli orrori.

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