Federico Aldrovandi è un altro emblema di quanto siano scarse ed insufficienti le risorse del nostro paese nel fronteggiare adeguatamente le problematiche giovanili connesse alla devianza.

Disagio, droga, eccesso di colpa, accanimento, valutazioni errate, sono solo alcuni dei termini che possiamo utilizzare nella ricostruzione di un episodio efferato e controverso che è costato la vita ad un giovane di appena diciannove anni.

Era la notte del 25 settembre 2005 e Federico stava rientrando a Ferrara dopo una serata trascorsa in discoteca; aveva assunto sostanze stupefacenti e alcool, probabilmente si trovava in uno stato di forte disinibizione e agitazione psico-motoria quando è stato fermato dalla volante “Alfa 3” con a bordo Luca Pollastri ed Enzo Pontani.

Gli stessi riferirono di “essere stati aggrediti senza motivo apparente”, ragione per cui chiamarono in rinforzo la volante “Alfa 2” di paolo Forlani e Monica Segatto.

Questo è solo l’incipit del fatto ma appare già strano che due agenti, per giunta armati, non fossero da soli in grado di “sedare” i comportamenti eccessivi di un ragazzino poco più che adolescente, presumibilmente disarmato e in ogni caso, sotto l’effetto di droghe che alterano, irrisoriamente o in maniera ingente, il funzionamento psichico e talvolta anche quello motorio, rendendo perciò piuttosto scoordinata la motilità del soggetto che le ha assunte.

All’arrivo della seconda volante si sarebbe poi innescato uno scontro, descritto dai poliziotti come molto violento, che avrebbe portato alla morte del giovane.

Alle 6.04 della stessa mattina arrivò, effettuata dagli agenti, una telefonata al Pronto Soccorso del 118 in cui si richiedeva l’intervento di un’ambulanza sul posto.

Il personale medico giunto in loco alle 6.18 constatò che il ragazzo “era riverso a terra, prono con le mani ammanettate dietro la schiena…era incosciente e non rispondeva”.

L’intervento si concluse, in seguito a numerosi tentativi di rianimazione, con la constatazione della morte del ragazzo dovuta ad “arresto cardio-respiratorio e trauma cranico-facciale”.

Non si può, a questo punto, non continuare a procedere nell’analisi della vicenda attraverso quelle che furono le reazioni da parte della famiglia del ragazzo in seguito alla sua morte, che ricordiamo fu certificata dal personale del 118 alle ore 6.25 circa.aldrovandi

I genitori furono avvertiti solo cinque ore dopo la constatazione del decesso e nel riscontrare le 54 lesioni  sul corpo di Federico iniziarono a dubitare della possibilità che la morte fosse occorsa in seguito ad un malore, come veniva affermato in una perizia medico-legale secondo cui “la causa e le modalità della morte dell’Aldrovandi risiedono in una insufficienza miocardica contrattile acuta…conseguente all’assunzione di eroina, ketamina ed alcool”.

A tal punto appare necessario soffermarsi ancora un attimo circa i potenziali effetti dell’assunzione congiunta di queste sostanze, i quali in nessun modo possono far presumere la successiva adozione di un comportamento “violento” come viene descritto dagli agenti, essendo, sia la ketamina che l’eroina, sostanze tossiche la cui azione riduce notevolmente alcune reazioni o intenzioni aggressive.

Per questo motivo appare difficile correlare il numero e la violenza delle lesioni provocate al ragazzo con un effettivo atteggiamento di minaccia vissuto dai due poliziotti che per primi intervenirono.

Il 16 giugno del 2006 si tenne il primo incidente probatorio davanti al G.I.P. per il procedimento che vedeva imputati i quattro agenti intervenuti in Viale Ippodromo, emersero numerose incongruenze tra le dichiarazioni rese dai poliziotti e  gli elementi oggettivi forniti sia dai riscontri medico-legali, che evidenziarono un ruolo attivo da parte delle persone che erano con Federico, sia dalla testimonianza di una donna che quella notte aveva assistito alla dinamica della vicenda.

Il 6 luglio 2009 i quattro poliziotti vennero condannati in primo grado a tre anni e sei mesi di reclusione per omicidio colposo; il 10 giugno 2011 la Corte d’Appello di Bologna ha confermato la pena sancita in primo grado e tale sentenza è stata ribadita dalla Suprema Corte di Cassazione il 21 giugno 2012.

Abbiamo fin qui brevemente riassunto e a tratti commentato le fasi salienti della vicenda tragica che ha coinvolto Federico Aldovrandi e la sua famiglia ma non possiamo tralasciare l’ultima paradossale notizia che ha visto perfino diffamata la mamma del ragazzo, alla quale si contestava di “non aver saputo fare la madre”.

Questa storia è solo uno dei tanti gravissimi casi che si verificano nel nostro paese quando le risorse sono eccessivamente scarse nel prevenire o nell’arginare eticamente e correttamente i comportamenti devianti espletati dai giovani.

Federico Aldovrandi era un ragazzo come tanti che può essere incorso in un comportamento a rischio, come l’assunzione di stupefacenti, ma che si è scontrato contro una realtà inadeguata fatta di bisogni non appagati e di aggressività esplosiva.

La capacità di percepire adeguatamente una minaccia è un’abilità necessaria per un buon vivere sociale, parimenti indispensabile risulta nella scelta decisionale del mettere in atto un comportamento o meno; nel caso degli agenti, probabilmente, si è verificata un’interpretazione erronea della situazione e un discontrollo degli impulsi è quello che ha portato ad un eccesso nell’uso dei manganelli o dei mezzi di contenzione.

Questa potrebbe essere una semplicistica spiegazione della genetica dell’evento, tuttavia, volendo fornire ulteriori spunti dovremmo rivedere il tutto anche alla luce di una società multiproblematica che, da un lato non fa assolutamente nulla per la prevenzione della devianza e dall’altro non assolve neppure al soddisfacimento di alcuni bisogni primari dell’individuo.

In buona sostanza la morte di Federico Aldrovandi e la condanna dei poliziotti che intervenirono quella notte sono due facce della stessa medaglia che è rappresentata dalla incapacità sociale di integrare, mediante un funzionamento corretto, le problematiche dei singoli individui su un piano collettivo.

Entrambe le condotte sono sintomatiche di un disagio profondo, manifestato nel caso di Federico attraverso un comportamento come l’assunzione di stupefacenti e nel caso degli agenti, attraverso un eccesso di rabbia incontenibile scaricata verso il ragazzo che rappresentava in quel momento solo un “simbolo”.

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