Bologna, Ustica, Oslo, Tolosa e Brindisi non più come semplici nomi di città ma come libere associazioni relative ad un solo pensiero: la strage.

Sembravano terminati i tragici anni di piombo, sembrava che il fuoco si fosse momentaneamente placato in un paese come il nostro, sembrava che l’estremismo ideologico e la patologia psichiatrica potessero essere le uniche cause cui ricondurre quello che nuovamente dobbiamo chiamare con il suo nome: la strage.

L’evento criminale che ha incendiato la città di Brindisi, come gli animi dell’Italia intera, ha visto la distruzione di un’infinità di cose, prima tra tutte la vita di un’adolescente, una ragazza come tante con i desideri e le speranze di ogni sedicenne; ha inoltre intaccato ulteriormente la fiducia di un popolo che, se già vacillava per via dei numerosi suicidi avvenuti nell’ultimo anno, ora sta lentamente crollando nel frastuono delle bombe, quelle stesse bombe che nella mattinata di questo 18 maggio sono esplose davanti ad un luogo che dovrebbe essere simbolicamente il simulacro di una rinascita, una scuola, un liceo intitolato a Giovanni Falcone, anch’egli tragicamente vittima di una strage annoverata tra gli eventi terroristici che maggiormente hanno funestato l’Italia.

Melissa si è spenta alle 9.30 del mattino tra urla di dolore e frastuono, altre sette sono le vittime gravissime, Sabrina, Selene, Vanessa, Nicoletta, Azzurra e Veronica, cosa si prova nel pronunciarne i nomi ora? Il pensiero di nuovo si muove verso due associazioni precise: vittime e strage.

E’ quindi indispensabile contestualizzare e circoscrivere tutti gli elementi necessari al fine di fornire un profilo quanto più accurato possibile dell’evento criminoso, non solo perché un’idea fuorviante non potrebbe altro che insanamente inquinare quello che già è di per sé un disastro, ma anche e soprattutto perché c’è bisogno di giustizia e di risposte alle domande di molti, in particolar modo a quelle delle ragazze rimaste in vita che certamente, più degli altri, non potranno dimenticare.

L’esplosione violentissima che è avvenuta alle 7.45 in via Galanti sarebbe stata generata da  tre bombole di gas collegate tra loro con fili elettrici, nascoste in un cassonetto per la raccolta della carta spostato appositamente vicino all’ingresso della scuola, i detriti, sparsi nel raggio dei 200 mt. dal centro dell’esplosione, avrebbero causato danni macroscopici ma il particolare che potrebbe essere fondamentale ai fini della ricostruzione della dinamica sanguinosa è da ricercare proprio nella tipologia dell’innesco, azionato mediante l’uso di un dispositivo a distanza, maneggiato da un ignoto dinamitardo la cui identità, ad oggi, va ricostruita attraverso le poche informazioni a disposizione degli inquirenti.

La tipologia dell’ordigno è certamente rudimentale ma il potenziale distruttivo è intuibilmente enorme anche per chi poco ha a che fare con l’argomento, perciò, non è da escludere che la progettazione della bomba potesse essere stata opera anche di qualcuno con risorse limitate nel reperimento di materiali specifici.

Appare quanto mai fuorviante, però, l’ipotetica attribuzione dell’evento alla criminalità organizzata, che per sua natura è solita usare mezzi differenti e in ogni caso, in un momento storico quale è quello che stiamo attraversando, necessita di consensi più che di veleno sociale; in buona sostanza è impossibile non notare quanto sarebbe controproducente per una qualsiasi organizzazione architettare un simile atto terroristico nel nome di non si sa quale vendetta.

La pista anarchico insurrezionalista è un altro tassello di questo cubo di Rubick che si cerca affannosamente di ricomporre, nulla viene esentato dal vaglio, tuttavia è difficilissimo reperire una matrice univoca e certa per questo inferno.

Ci sono immagini di telecamere, un insolito spostamento di quel cassonetto e un camioncino della frutta che per un paio di giorni era stato parcheggiato in sosta davanti all’istituto; di questo stesso furgone ora non ci sono tracce.

Non si può escludere la volontà, certamente omicidiaria, di chi ha piazzato l’ordigno.

Si tratta di un uomo che era consapevole dell’effetto che l’esplosione avrebbe prodotto e non aveva una mira personale ma semplicemente si concentrava sulla moltitudine, la moltitudine di ragazzi che può esserci in una qualsiasi scuola all’orario di ingresso.

Le motivazioni profonde che sono all’origine di questo gesto distruttivo possono affondare le loro radici tanto nell’odio o nell’ideologia, quanto nella patologia ma rappresentano in ogni caso un atto terroristico vero e proprio volto a stroncare troppe vite in un delirio sanguinoso.

Non possiamo quindi spostare lo sguardo sull’inferno senza restarne prigionieri e distogliere l’attenzione dalla realtà per l’incubo in cui veniamo catapultati.

Lucidamente è necessario chiarire cosa sia accaduto per accertare una responsabilità che possa di nuovo dare lustro ad un paese che ha scritto la storia del mondo intero.

NO COMMENTS

LEAVE A REPLY