Alessio Burtone e un magistrato d’assalto

Era l’ottobre del 2010 quando è iniziato l’incubo del ventiduenne romano Alessio Burtone.

Una lite banale all’uscita della metropolitana è culminata in un atto di rabbia, che questo gesto inconsulto sia stato però la causa diretta della morte di Maricica Hahaianu è ancora da accertare.

Quello che ci lascia particolarmente perplessi, tuttavia, è quanto la giustizia italiana sia purtoppo ancora, alcune volte, incerta e a tratti nebulosa.

La complessità del caso giudiziario di Alessio Burtone è indiscutibile, come è indiscutibile la spropositata reazione ad una qualsivolgia provocazione, reale o presunta, ricevuta da parte dell’infermiera, ma non dobbiamo per questo motivo additare il ragazzo come “certamente colpevole” di aver cagionato la morte di una donna, senza aver prima adeguatamente analizzato tutti i dati in nostro possesso, rapportandoli con la struttura di personalità di Alessio.

Il Pm Antonio Calaresu ha ricostruito a suo modo la dinamica dell’evento e ha asserito che “ non ci sono dubbi che la riconducibilità della morte sia nel colpo inferto da Burtone che ha causato subito una frattura cranica con conseguente emorragia cerebrale”, chiedendo perciò la condanna a vent’anni di reclusione per il giovane, senza le attenuanti generiche del caso, ma al contrario con l’aggravante dei “futili motivi”.

A supporto della sua tesi, secondo cui Alessio sarebbe un “soggetto che non parla ma mena”, il magistrato ha, a suo modo, descritto in maniera sostanziale il gesto del ragazzo definendolo “un pugno da boxeur: un uppercut” e comunque, anche dai media, nelle ultime ore, è stato posto l’accento su “improbabili” espressioni facciali di Alessio (che avrebbe sorriso durante l’arresto) e su dichiarazioni, decisamente pregiudiziali e riportate solo parzialmente, di un interrogatorio in cui lo stesso avrebbe definito il 2010 “un anno come un altro”.

La realtà però è differente e se in media uno psichiatra o uno psicologo hanno bisogno di un certo numero di incontri per valutare un paziente, come è possibile che un solo sorriso di Alessio possa aver dato modo, a tanti, di esprimersi sul suo vissuto interiore in relazione alla morte della donna? 

Il giovane ha già vissuto due anni in reclusione, che appaiono tra l’altro come una misura cautelare estremamente afflittiva, in relazione ad un caso che presenta analogie con altri in cui sono stati concessi da subito i domiciliari, non essendoci nessun pericolo nè di fuga, nè tantomeno di inquinamento di prove; non abbiamo inoltre, non essendo stata disposta alcuna perizia in merito, nessuna notizia riguardo la situazione psichica e fisica in cui verte attualmente, nè tantomeno all’epoca del fatto.

Proprio per questo motivo, però, non vi è nemmeno una “presunzione” di pericolosità, che sembra invece, secondo il magistrato, certa e incontrovertibile.

La genetica dell’evento è stata distrattamente considerata e ridotta banalmente ad un diverbio, sono stati ascoltati dei testimoni, ma anche qui di certezze ce ne sono state troppo poche.

Infine va detto che, se un principio fondamentale della giustizia dovrebbe essere l’equità della pena, in questo caso, qualora la Corte dovesse pronunciarsi in senso positivo alla proposta dei vent’anni di condanna per il ragazzo, quest’equità verrebbe senza dubbio meno.

Mi auguro che quest’affermazione non venga fraintesa, non volendomi assolutamente sostituire a coloro che sono preposti ad assolvere mansioni giudicanti, credo però che ci siano altri elementi che, quantomeno, dovrebbero far riflettere sulla situazione del ragazzo.

Anzitutto la giovane età, in secondo luogo la lacunosità degli accertamenti inerenti il nesso di causalità tra il colpo e la morte, la genetica e la dinamica del fatto, in ultimis la superficiale analisi del comportamento del personale medico e delle condizioni di ricezione della donna all’arrivo al pronto soccorso.

Infine si può concludere, volendo tuttavia evitare sterili polemiche che non porterebbero a nessun risultato concreto, dicendo che sarebbe giusto sistematizzare il pensiero e cercare di inquadrare quelle che sono le reali motivazioni per cui sarebbe assai deleteria una condanna a vent’anni di reclusione, per un ragazzo che, colpevole o innocente, è stato comunque vittima, anch’egli, di un sistema malato, lo stesso sistema malato che De Andrè ricordava nella sua Città vecchia, quando cantava “Se tu penserai, se giudicherai da buon borghese li condannerai a cinquemila anni più le spese, ma se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”

1 COMMENT

  1. GIGI: l’unica cosa che posso dirti è che spero non ti capiti mai di essere al centro di un fatto che fa gola ai media. Qualunque cosa tu abbia fatto fino a quel momento verrà distorta per poter vendere 2 giornali e fare 4 spettatori in più. E chissenefrega se è vero o no. Il brutto poi è che la gente, poverina non puo’ fare altro, ci crede!
    Anche io prima la pensavo così, dicevo “bè, se lo ha detto la televisione…” Un corno! La televisione dice quello che vogliamo sentirci dire, oppure, quello che serve. In questo caso serviva qualcuno che azzerasse il “debito” che i romeni hanno con gli italiani. Quale occasione migliore? La situazione stava sfuggendo di mano “serviva” un fatto che dimostrasse che anche gli italiani hanno fatto qualcosa ai romeni. Addirittura Burtone che se la ride. Ma scherziamo? Vabbè tanto è inutile. Ripeto, fosse successo qualche anno fa ci sarei caduto anche io con tutte le scarpe e non sono uno stupido. Occhio però, ci manovrano come burattini e ne siamo pure felici e contenti.

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