La storia criminale di Roma è stata scritta attraverso numerosissimi episodi, l’ultimo si rifà all’omicidio del sessantunenne Mario Maida,  freddato con un colpo alla tempia sparatogli di fronte alla rampa della sua autofficina nel quartiere di Torrevecchia, periferia nord-ovest della capitale.

L’uomo, di origini calabresi, era un pregiudicato condannato per omicidio, nel 2005 infatti, nel corso di una lite uccise il nipote trentenne con un arma da fuoco, era da poco uscito di prigione dove aveva scontato un pena di dodici mesi.

Sono state raccolte alcune testimonianze e si evince che l’arma con cui il Maida è stato freddato è una pistola di grosso calibro, l’omicidio ha tutte le caratteristiche di una vera e propria esecuzione: E’avvenuto nel tardo pomeriggio davanti agli occhi di molti, i killer hanno sparato e sono fuggiti su uno scooter, erano freddi e organizzati.

Non è difficile associare il caso Maida all’omicidio di Antonio Maria Rinaldi,  il sessantaquattrenne ucciso in zona Pisana nella fine dello scorso gennaio, le modalità sono molto simili, un testimone infatti riferì che anche il Rinaldi fu avvicinato da un killer in pieno giorno e colpito con un colpo alla tempia; lo stesso “modus operandi” possiamo riscontrarlo anche negli omicidi di Flavio Simmi, Simone Conaneri e altri pregiudicati che hanno perso la vita nel 2011.

Cosa ci sta dicendo Roma attraverso questi eventi criminosi? Che la città eterna stia decidendo di scrivere un altro capitolo della sua biografia?

Siamo passati attraverso gli anni della Banda della Magliana, ne abbiamo sepolto i boss, eppure il fantasma di quest’organizzazione sembra riecheggiare per tutta la città, ma Roma è un punto d’interesse per molte mafie, quelle legali e quelle che lo sono molto meno; e allora cosa succede? Succede che Roma si prende con le armi e col sangue.

L’analisi di molti di questi omicidi, se effettuata ad un livello superficiale può indirizzare inpisana varie direzioni e portare a quadri che tuttavia sono aleatori, incompleti e parziali.

Bisogna tener conto infatti di due fattori importanti, il primo consiste nella  identità della vittima, il secondo nelle modalità con cui l’omicidio è stato commesso.

Il fatto che fossero tutti uomini, pregiudicati o comunque implicati in attività illecite, ci rimanda immediatamente al pensiero di una vendetta e ci fa subito capire che le vittime non sono di certo “trasversali”, in alcuni di questi casi infatti, come in quello dell’omicidio Simmi, la sparatoria è stata preceduta da “avvertimenti”, ma un altro dato evidentemente importante è da ricercare nella dinamica degli stessi eventi, nessuno di questi infatti sembra avere caratteristiche di casualità: tutti i killer conoscevano esattamente gli orari delle vittime, sono andati a colpo sicuro, armati e pronti a colpire rapidamente, senza esitazioni, come dei veri professionisti. L’uso dell’arma da fuoco ne è la prova e rappresenta al tempo stesso la “formalità” e l’impersonalità dell’atto.

La genetica di ogni singolo omicidio andrebbe ricavata dalla storia personale di ognuna delle vittime, sarebbe opportuno indagare nei meandri della loro vita privata, nelle loro relazioni e nei loro coinvolgimenti illeciti; tutto questo probabilmente potrebbe portare su più valide piste e fornire maggiori elementi nella ricerca dei colpevoli e nella garanzia della sicurezza cittadina che, ad oggi, appare percepita come scarsa e comunque insufficiente.

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