Nel mare magnum della criminologia, che fino agli anni ’50 aveva considerato la vittima come elemento marginale e comunque funzionale unicamente allo studio del criminale, si è andata pian piano sviluppando e autonomizzando una scienza nuova: la vittimologia.

E’importante fornire di questa una definizione univoca che potremmo qui sintetizzare dicendo che la vittimologia si occupa dello studio relativo alla sfera bio-psico-sociale della vittima, analizzando il rapporto che intercorre tra questa e l’ aggressore e l’agito della stessa nella particolare circostanza in cui si consuma il fatto reato, il contesto ambientale, la fenomenologia e le conseguenze sul piano fisico, psicologico e relazionale. Gli scopi principali della vittimologia sono sostanzialmente vari e altrettanto variegate possono esserne le forme di applicazione; anzitutto è molto utile, sia nei casi di omicidi seriali, sia in episodi criminali di natura differente, analizzare a fondo quelle che sono le caratteristiche fisiche e di personalità della vittima perché queste, unitamente ad un’accurata e meticolosa analisi della scena del crimine, possono fornire informazioni molto utili nella ricostruzione del profilo dell’autore di reato. In secondo luogo va considerata l’utilità della vittimologia nell’ottica “preventiva”, l’essere a conoscenza di determinate caratteristiche cosiddette “di predisposizione vittimogena” può infatti aiutarci, soprattutto nel sociale, ad individuare alcune categorie, come ad esempio gli anziani, da tutelare maggiormente; le modalità di vittimizzazione infatti sono diverse e vanno riconosciute nei vari sistemi attraverso cui la relazione tra due individui diviene fortemente asimmetrica, gli abusi che vengono compiuti infine, non sono solo di natura fisica ma spesso attinenti anche alla sfera psicologica, economica e sociale.

Storicamente possiamo collocare la nascita della vittimologia come scienza autonoma nel 1948, a seguito di un articolo di Hans Von Henting che per primo introdusse i concetti di “vittima latente” intendendo la predisposizione a diventare vittima e di “criminale vittima”, riferendosi a quei casi di persona prima reo poi vittima (es. il rapinatore entra in banca, la guardia giurata reagisce sparando e uccide il delinquente) o viceversa,  ma solo nel 1956 fu coniato il termine “vittimologia” da Mendelshon che nel 1965, nell’analizzare il rapporto vittima/criminale introdusse anche il concetto di “colpa” intesa come responsabilità da attribuire alla vittima stessa nel verificarsi dell’evento. Le distinzioni effettuate da Mendelshon possono essere riassunte come segue: vittima “innocente”, “con colpa lieve”, “per ignoranza”, “volontaria”, “maggiormente colpevole del delinquente”, “con altissimo grado di colpa”.

Un altro apporto allo studio della vittimologia è stato fornito da Sparks che nel 1982 ha elencato alcune delle modalità situazionali, che elencheremo di seguito, secondo cui un soggetto può contribuire alla propria vittimizzazione: PRECIPITAZIONE (l’agito della vittima può far precipitare l’evento, ad esempio in casi di provocazione fisica o verbale), FACILITAZIONE (la vittima che, consciamente o inconsciamente, si trova in situazioni rischiose), VULNERABILITA’ (la vittima è posta in situazioni di rischio o pericolo a causa di una particolare condotta o posizione sociale), OPPORTUNITA’ o ATTRATTIVITA’ (la vittima è in possesso di qualcosa che potrebbe interessare all’aggressore).

La definizione classica delle vittime invece si rifà sostanzialmente a due grandi gruppi: Le vittime passive, ovvero le vittime accidentali, simboliche e trasversali e le vittime attive, cioè quelle aggressive, provocatrici, favorenti, disonoranti e consenzienti.

Per quanto concerne le predisposizioni vittimogene, cui abbiamo accennato in precedenza, bisogna considerarle su vari livelli, possono essere infatti congenite oppure acquisite (stabili od occasionali), consce o inconsce; sostanzialmente i fattori determinanti o meno una predisposizione vittimologica stabile sono di natura fisica (età, sesso ecc.), psichica (deficit intellettivi) e psicopatologica, nei casi invece di predisposizioni acquisite giocano un ruolo importante i fattori sociologici e ambientali come ad esempio la posizione o il ruolo ricoperti all’interno della società di riferimento e le condizioni in cui il soggetto si trova a vivere nella quotidianità.

Le predisposizioni possono inoltre essere analizzate anche nell’ottica della relazione con alcune tipologie di reato specifiche, esistono infatti delle “circostanze”, proprie di alcuni individui, che statisticamente favoriscono determinati tipi di condotta criminosa; queste possono essere distinte in base alla loro origine, permanenza nel tempo e natura.

Nella realtà attuale inoltre, bisogna tener conto dell’importanza che ha la rete nella relazione criminale/vittima, internet è infatti ad oggi un macrocosmo in cui molti degli incontri possono divenire potenziali crimini.

vittima2A seguito di questa breve dissertazione sui concetti cardine della vittimologia sarebbe opportuna un’analisi sulle concrete potenzialità dell’applicazione di questa scienza, applicazioni che nel quotidiano potrebbero essere realmente utili nella prevenzione o comunque nel monitoraggio di alcuni reati; nella città di Roma, ad esempio, solo nel 2011 sono stati contati più di venti omicidi, se per ognuno di questi fosse stata effettuata un’analisi vittimologica seria ci si sarebbe facilmente resi conto che molti sono legati a malavita e criminalità organizzata, lo stesso accade nei reati di truffa, se infatti molti raggiri sono perpetrati ai danni di persone anziane, si potrebbe ipotizzare l’istituzione di uno specifico servizio cui rivolgersi preventivamente.

In conclusione possiamo affermare che la vittimologia, come tutte le scienze criminologiche, se realmente considerata e applicata, in un panorama come quello italiano, potrebbe fornire grossi spunti su cui lavorare nell’ottica della garanzia di un maggiore senso di sicurezza.

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