L’induzione in tentazione? No, non vale come attenuante!

Lo spunto di questa riflessione nasce dalle parole, ahimè poco pesate, e sicuramente degne di nota, pronunciate da un esimio Monsignore, il quale avrebbe testualmente affermato che “Se una donna cammina in modo sensuale o provocatorio, qualche responsabilità nell’evento (dove per evento si intende la violenza sessuale) ce l’ha perché indurre in tentazione è peccato”. Ora, senza voler fare demagogia riguardo le ultime notizie apprese sui crimini di natura sessuale, di cui si sono resi autori diversi rappresentanti del clero, trovo utile chiarire alcuni concetti chiave riguardo i reati connessi alla violenza sessuale, anzitutto analizzandoli da un punto di vista giuridico, per passare poi ad un risvolto, non certo trascurabile, che è quello connesso al disagio psicologico conseguente. Forse il vescovo di Foligno non è al corrente del fatto che “essere indotti in tentazione” non è previsto dal nostro codice penale come attenuante nei casi di reati sessuali, e tuttavia, volendo far finta di non notare l’assurdità della stessa affermazione, ci terrei a sottolineare che, non essendo più lo stupro considerato un reato contro la morale pubblica, bensì contro la persona, le parole del Monsignore perdono ulteriormente di credibiltà, se messe in relazione con tutti quei casi in cui le vittime, non solo subiscono l’aggressione sessuale, ma spesso, vengono picchiate e, talvolta, uccise. Quindi, mi domando lecitamente, andare in giro con una minigonna può essere un atteggiamento talmente “provocatorio” da meritare come conseguenza la morte? O magari una lesione fisica gravissima da ridurre all’infermità per tutta una vita? Secondo la morale cattolica, non vorrei a questo punto sbagliarmi, dovrebbe esistere un concetto che da molti è stato teorizzato, mi pare si tratti del “libero arbitrio”, e questo libero arbitrio dovrebbe appunto essere  la chiave dell’eterna dicotomia tra bene e male, ora, se nell’idea del Monsignore è intrinseca l’immagine di una donna in abiti succinti, come causa diretta di azione, sulla perdita di morale del malintenzionato di turno, come giustifica il fatto che, proprio Dio dovrebbe averci insegnato, attraverso i suoi dogmi, a “scegliere” il bene, pur lasciandoci liberi di commettere quello che banalmente viene definito “male”?

monsignoreContinuerei ora citando proprio il nostro Codice Penale che, all’art. 609 bis recita: “chiunque, con violenza o minaccia, o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o a subire atti sessuali, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali: 1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto; 2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona…”; tralasciando le successive specifiche, che entrerebbero in un ambito eccessivamente tecnico, mi sembra opportuno leggere queste parole in relazione all’affermazione sopra citata, nello specifico, come già affermato, la costrizione al compimento di atti sessuali, è sempre e comunque prevista come reato, anche nel caso in cui una donna (o perché no, un uomo) si trovino nella condizione di tirarsi indietro nell’ambito di una situazione che poteva “far pensare” ad un proseguimento in un determinato senso. Ovviamente con questo non voglio prendere una posizione estremista, in considerazione del fatto che è sempre opportuno fare un’analisi di caso in caso, ma ci tengo a sottolineare ancora quanto sia scarsamente fondata la proposizione del Monsignore, in relazione anche ad una libertà di espressione, che dovrebbe garantire a chiunque di manifestare la propria essenza nella maniera che meglio crede, facendosi carico si, delle possibili conseguenze, purchè tali conseguenze rimangano circoscritte al massimo nell’ambito di un comunque criticabile pregiudizio.

Per quanto concerne poi la psicologia e il vissuto interiore delle vittime di tali reati, bisogna tener conto dell’incidenza che un tale shock può avere riguardo la compromissione di una serie di sfere della vita, quali ad esempio quella relazionale, quella sessuale, e in generale i malintendimenti relativi al Sé. Chi si trova a dover fronteggiare l’elaborazione di una tale ferita, non di rado, sperimenta un fortissimo senso di vergogna, l’incapacità iniziale di comunicare quanto accaduto, e soprattutto una perdita di fiducia negli altri, tale da inficiare notevolmente la capacità di creare delle successive interazioni con l’esterno, che non siano veicolate dal pensiero ricorrente dell’accadimento. Mi domando a questo punto, e lascio aperto l’interrogativo: Se l’evoluzione della nostra società e dei nostri “codici”, attraverso battaglie storiche, ha fatto sì che l’emancipazione della donna permettesse la cosiddetta “parità dei sessi”, svincolandosi completamente dalle credenze, che fino a non troppo tempo fa, ponevano il gentil sesso in una condizione di palese inferiorità, possiamo ora credere che un semplice modo di camminare, o di ancheggiare, sia da ritenersi in qualsiasi misura, una responsabiltà nel caso in cui un individuo più forte decida di approfittare di uno più debole?

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