Il Criminal Profiling nasce con lo studio approfondito di un’ampia casistica di omicidi seriali, sviluppandosi nel tentativo di comprendere le dinamiche psicologiche sottostanti determinati comportamenti. Il Criminal profiling va quindi a valutare ogni aspetto della “storia” di un delitto, ponendosi come obiettivo un’indicazione investigativa riguardante un probabile profilo di personalità del reo che porti poi alla sua cattura. Sostanzialmente tutto questo si può riassumere asserendo che lo scopo principale del profiler è quello di costruire un identikit psicologico di un criminale mediante un approccio logico e sistematico di studio dei dettagli.

Secondo Douglas, Ressler, Burger e Hartmann (1986) il profiling consiste nell’identificazione delle basilari caratteristiche di comportamento e personalità di un individuo che ponga le basi sull’analisi delle particolarità del crimine stesso.  Copson (1995) lo delinea invece come un approccio della polizia investigativa volto a fornire la descrizione di un autore sconosciuto di reato, basandosi sulla valutazione dei più piccoli dettagli della scena del crimine, della vittima, e di ogni altro particolare rilevante. Burgess e Hazelwood (1995) situano il criminal profiling in una sottocategoria dell’analisi investigativa atta ad individuare: le condizioni psicologiche dell’autore, le cause della morte e le strategie investigative più opportune. Il presupposto fondamentale del profiling è che il comportamento di un criminale, durante l’esecuzione di un delitto, rifletterà le sue caratteristiche personologiche. Gli elementi individuati sul luogo in cui è stato commesso un crimine possono inoltre permettere  di identificare i tratti di controllo e da essi sarà possibile rimandare ad un quadro clinico del possibile autore.

L’utilità del criminal profiling è forte in tutti quei crimini di natura violenta. In accordo con il Crime Classification Manual (1992) possiamo quindi citare una serie di tipologie delittuose in cui l’applicabilità del criminal profiling risulta essere proficua: Single murder (omicidio singolo), Serial murder (omicidio seriale), Mass murder (omicidio di massa), Spree killing (omicidio compulsivo), Rape (stupro), Arson (incendio doloso), Bombing (attentato dinamitardo). Secondo John Douglas le tre parole chiave per interpretare il modus operandi di un serial killer  sono: manipolazione, dominio, controllo. L’autore distingue il modus operandi dalla firma, considerando il primo come il “comportamento acquisito”, ovvero ciò che l’assassino seriale materialmente “fa” nel compiere l’atto criminale, con caratteristiche dinamiche e può variabilità di evoluzione nel tempo. La firma invece rappresenterebbe ciò che il soggetto “deve fare” per raggiungere l’appagamento; resta perciò costante in ogni delitto e non varia.

Gli investigatori dovrebbero quindi, in questi casi, concentrarsi soprattutto sulla ricerca di una firma, evitando di farsi depistare dalle varianti del modus operandi; non è infatti raro che delitti con modalità operative differenti presentino nella realtà la medesima firma. Nella ricerca di un serial killer, considerando non di rado l’assenza di un movente chiaro, un buon indizio da sfruttare è dato dall’osservazione e dall’analisi delle vittime, attraverso cui si può ricostruire la storia dell’assassino, della sua vita e della sua identità. Il serial killer, infatti, si muove sempre in ambiti precisi e circoscritti, entro i quali sceglie la vittima, colpendo generalmente sempre lo stesso genere di persone, che considera come oggetti incarnanti le sue fantasie. Non è l’identità del cadavere che conta ma quello che rappresenta. L’assassino seriale mostra un sesto senso nel percepire la vulnerabilità della vittima (data spesso dal sesso o dalla condizione sociale), è abile nel creare un clima di intimità salvo poi mutare repentinamente il proprio atteggiamento; il piacere sessuale, spesso connotato all’attività omicidiaria del seriale, è conseguenza del piacere di poter utilizzare il corpo dell’altro come oggetto. Sono predilette pratiche omicide con l’uso di armi bianche o per asfissie meccaniche violente (strangolamento, strozzamento); raramente il serial killer usa armi da fuoco. Il macabro rituale si conclude con l’occultamento accurato del cadavere e vi è prestata molta attenzione a non lasciare tracce, quando questo accade, è perché l’omicida ha raggiunto un livello di sicurezza tale da sfidare apertamente gli investigatori.

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