In ambito criminologico forense le considerazioni di natura psicodinamica devono ovviamente essere inquadrate e organizzate all’interno della giurisprudenza e devono quindi essere analizzate in modo da fornire chiare indicazioni circa la capacità di intendere e di volere del soggetto al momento del reato.

L’imputabilità consiste in un presupposto necessario affinché un soggetto possa essere chiamato a rispondere giuridicamente di un determinato fatto avente rilevanza giuridica (Rossi, 2005).
Dottrina e giurisprudenza concordano nel ritenere che l’imputabilità non sia soltanto una condizione soggettiva necessaria ad applicare la conseguenza di un reato (la pena) ma anche la condizione dell’autore del reato che rende possibile la rimproverabilità del fatto.
Non è rimproverabile una persona che al momento del fatto non era capace di intendere e di volere.

L’art.85 del nostro codice penale così recita quando parla di imputabilità: “Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato se, al momento in cui l’ha commesso non era imputabile. E’ imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere”.

Un soggetto penalmente perseguibile deve quindi possedere la capacità di intendere, cioè l’attitudine del soggetto medesimo non solo a conoscere la realtà esterna, ma a rendersi conto del valore sociale, positivo o negativo, degli atti che egli compie (Mantovani, 2001).
Altresì la capacità di “intendere” può essere considerata come la capacità di discernere rettamente il significato e il valore, nonché le conseguenze morali e giuridiche di determinati fatti e la chiara consapevolezza di ciò che è bene e di ciò che è male: cioè la capacità di apprezzamento e di previsione della portata delle proprie azioni od omissioni, sia sul piano giudiziario, sia su quello morale (Ponti, 1993).
Parimenti necessaria ai fini dell’imputabilità è la capacità di “volere”, intesa come l’attitudine del soggetto a determinarsi in modo autonomo tra i motivi antagonistici coscienti in vista di uno scopo, volendo, quindi, ciò che l’intelletto ha giudicato preferibile fare e, adeguando il proprio comportamento alle scelte fatte (Mantovani, 2001).
In senso più ampio la capacità di “volere” implica la capacità di esercitare in modo autonomo la propria scelta, di pianificare delle azioni, di incanalare l’affettività e infine di agire in modo coerente alle intenzioni iniziali, autoregolando il proprio comportamento.
In base al CP art. 85 un soggetto, perché sia imputabile, deve avere, nel momento della commissione del fatto, entrambe le capacità; sempre per il nostro Codice Penale l’imputabilità viene meno nel momento in cui sia mancante anche solo una di queste.
Il sistema giuridico riduce tuttavia le dimensioni dell’essere umano ad una semplice dicotomia, non tenendo conto del complesso delle funzioni psichiche, tra loro inscindibili come la memoria, la percezione, l’affettività, componenti che fanno parte integrante del nostro essere e quindi del nostro agire; il sistema giuridico, inoltre, non considera tutta un’altra serie di dimensioni che attengono ai meccanismi dell’inconscio, dimensioni non consapevoli, eppure capaci di condizionare, talvolta completamente, il nostro comportamento (Andreoli, 1999).
Proprio per questo motivo, la responsabilità di un individuo dovrebbe essere esaminata studiando nel loro insieme queste dimensioni, verificando il grado di incidenza delle stesse nello svolgersi del reato.
Va sottolineata la difficoltà nell’analisi dei sopraccitati presupposti dell’imputabilità, non tanto relativamente alla capacità di intendere, quanto a quella di volere.
Il perito è infatti in grado di ricercare come l’autore di un reato abbia potuto rappresentarsi la situazione, in che misura sia stato capace di prevederne i risultati, in che grado abbia avuto coscienza del carattere delittuoso del gesto, ma avrà grandi difficoltà a compiere una valutazione sulle capacità volitive del soggetto, su quanto è stato pressante l’impulso ad agire, ma soprattutto, se tale impulso gli ha impedito di poter scegliere tra azioni alternative.
I principali orientamenti giurisprudenziali in riferimento all’infermità di mente quale causa di esclusione della capacità di intendere e di volere si riassumono in due paradigmi: il primo, “paradigma medico”, il secondo “paradigma psicologico”.
Il paradigma medico intende il concetto di infermità come “malattia mentale”, ovvero, stato patologico avente origine da una deficienza organica.
Tale modello elaborato sul finire del 1800 afferma in sostanza la piena identità tra infermità di mente ed alterazioni biologiche riconducibili alle classificazioni documentabili, elaborate dalla psichiatria.
Questa tendenza affonda le sue radici in considerazioni di natura preventiva considerando il fatto che un’eccessiva estensione della sfera di non punibilità potrebbe avere gravi ripercussioni sul piano della deterrenza.
Solo le psicosi endogene od organiche possono escludere le capacità di intendere e di volere, mentre le nevrosi e le psicopatie, pur essendo nosograficamente inquadrate, non assumono rilevanza ai fini dell’imputabilità.
Nello specifico si considerano “psicosi organiche” quelle malattie psichiche provenienti da un noto agente patogeno e accompagnate da conosciute alterazioni anatomopatologiche (traumi, epilessia, ecc.).
Vengono invece definite “psicosi endogene” le alterazioni mentali prive di cause organiche che tuttavia alterano profondamente i processi mentali rispetto a quelli abituali (schizofrenia, paranoia, psicosi maniaco-depressiva).
Il paradigma psicologico ha avuto origine invece nei primi anni del 1900 sotto l’influenza dell’opera di Freud.
Tale paradigma considera i disturbi mentali come disarmonie dell’apparato psichico, in cui le fantasie inconsce raggiungono un potere tale che la realtà psicologica diventa, per il soggetto, più significante della realtà esterna.
In questo modo il concetto di infermità si allarga fino a comprendere, non solo le psicosi organiche, ma anche altri disturbi morbosi dell’attività psichica, come le nevrosi, le psicopatie e i disturbi dell’affettività.
Per una migliore comprensione andremo ora ad analizzare nello specifico il significato dei termini “nevrosi” e “psicopatia”.
La nevrosi fa riferimento ad una condizione di sofferenza della psiche che si manifesta con ansia in misura eccedente e duratura, espressione di una conflittualità non risolta, generata da conflitti interiori o con l’ambiente sociale. Nelle nevrosi le risposte a certi stimoli (frustrazioni, conflitti psichici ecc.) si traducono essenzialmente in sofferenza personale del soggetto (autoaggressività).
La psicopatia sottintende ad una grave e permanente anomalia del carattere che favorisce comportamenti di disturbo e di sofferenza per gli altri (eteroaggressività).
Lo psicopatico, senza ansie e conflitti interiori, riflette le proprie dinamiche psichiche sull’ambiente attraverso condotte disturbanti (personalità istrioniche, impulsivi, disaffettivi, sessuali, ecc.) (Mantovani, 1984).
Tuttavia il termine psicopatia non risulta di facile classificazione. Nel manuale statistico e diagnostico dell’American Psychiatric Association ( DSM-II) tale termine coincise con l’espressione “personalità antisociale”.
Kernberg, invece, identifica la psicopatia come una variante primitiva del “disturbo narcisistico di personalità”, che fa affidamento su difese primitive e relazioni d’oggetto interne altamente patologiche (Kernberg, 1975).
Oggi i concetti clinici di psicopatia e disturbi di personalità coincidono per descrivere un tipo di personalità non psicotica e non nevrotica ma che può, in alcuni casi, avere caratteristiche simili ad entrambe.
Attualmente nella scienza psichiatrica sono presenti orientamenti che affermano un “modello integrato” della malattia mentale, in grado di spiegare il disturbo psichico sulla base di diverse ipotesi riguardo la sua natura e la sua origine.
In pratica il modello integrato tiene conto di tutte le variabili biologiche, psicologiche, sociali, relazionali, che entrano in gioco nel determinismo della malattia.
Nell’attuale giurisprudenza si tende quindi ad attribuire rilevanza, ai fini dell’imputabilità del soggetto agente, anche ai disturbi di personalità ed all’incidenza che tali disturbi possono avere sulla capacità di valutazione del fatto-reato.
Il fatto di aver ancorato la valutazione del disturbo alla sua incidenza sulla capacità di valutare l’azione ha sottolineato quindi un nesso eziologico tra infermità e reato come requisito della non imputabilità.
Sino ad oggi per la dottrina e per la giurisprudenza, sia la capacità di intendere, sia quella di volere possono essere “intaccate” non da un qualsiasi disturbo psichico, bensì da un’infermità di mente coincidente con il concetto di malattia mentale.
L’8 marzo 2005 la Corte di Cassazione a Sezioni Riunite è stata chiamata ad affrontare la controversa questione sul tema dell’imputabilità su ricorso di un soggetto al quale non era stato riconosciuto un vizio parziale di mente, in quanto
causato da “disturbi di personalità” e non da infermità.
La Corte di Cassazione si è quindi pronunciata a riguardo dichiarando i disturbi di personalità atti a incidere sull’imputabilità, specificando, tuttavia, che gli stessi debbano essere dotati di consistenza, rilevanza, intensità e gravità. (Corte di Cassazione-Sezioni Unite Penali, sentenza n.9163/2005 Massima: “Anche i disturbi di personalità, come quelli da nevrosi e psicopatie, possono costituire causa idonea ad escludere o grandemente scemare, in via autonoma e specifica, la capacità di intendere e di volere del
soggetto agente ai fini degli art.88 e 89 c.p., sempre che siano di consistenza, intensità, rilevanza e gravità tali da concretamente incidere sulla stessa; per converso, non assumono rilievo ai fini dell’imputabilità le altre “anomalie caratteriali” o gli “stati emotivi e passionali”, che non rivestano i suddetti connotati di incisività sulla capacità di autodeterminazione del soggetto agente; è inoltre necessario che tra il disturbo mentale e il fatto di reato sussista un nesso eziologico, che consenta di ritenere il secondo casualmente determinato dal primo”.)
Il merito della sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione è quindi quello di aver superato un contrasto giurisprudenziale, affermando un principio di diritto sulla base del quale orientare, da qui in avanti, una valutazione sul tema dell’imputabilità.
E’in questa prospettiva dunque, che va letto lo spazio dato ai “disturbi di personalità”, superando il rilievo finora attribuito alle sole malattie mentali.
Tuttavia si avverte la necessità di una correlazione diretta tra disturbo e azione delittuosa che costituisca un’importante criterio delimitativo della nozione allargata di infermità. Tale correlazione, se da un lato può garantire un maggiore rispetto delle regole generalpreventive, dall’altro assicura che il giudizio di colpevolezza rispecchi le reali componenti psichico-soggettive del fatto-reato e consenta una risposta individualizzata che tenga conto delle condizioni soggettive dell’imputato.

NO COMMENTS

LEAVE A REPLY