Indagine psicologica nel profilo personologico dell’autore di reato

Il procedimento pratico tipico per arrivare al profilo psicologico si suddivide in varie fasi ben descritte da De Luca (2000) cui si rimanda.
E’intuibile che il profilo psicopatologico di un soggetto autore di un reato non può che partire dalla specifica analisi dei reati commessi e della scena del crimine.
Il primo elemento che è opportuno considerare è proprio la scena del reato, che costituisce un documento vivente delle azioni del soggetto ed è la base per la maggior parte delle interpretazioni comportamentali (Bevel, 1991).
La ricostruzione della scena delittuosa parte dall’utilizzo di metodi scientifici, evidenze fisiche e ragionamenti deduttivi per raggiungere una specifica conoscenza relativa alla serie di eventi connessi al reato (Association for Crime Scene Reconstruction, 1997).
Utilizzando i principi di base della psicopatologia applicata, è possibile talora, trarre dalla scena del delitto evidenze scientifiche e psicologiche relative al soggetto.
In altre parole è come se sulla scena del delitto rimanesse qualcosa di estremamente specifico del soggetto stesso (Turvey, 1997).
Un’altra disciplina che dà un contributo fondamentale alla stesura di un profilo personologico dei soggetti autori di reato è la vittimologia, che pone le proprie basi nello studio della vittima con gli strumenti della psicologia applicata.
La definizione della vittimologia varia da autore ad autore, ma si tratta fondamentalmente di una raccolta della storia più completa possibile della/e vittima/e, che includa il suo stile di vita, i suoi tratti di personalità, informazioni sull’ambiente familiare, le occupazioni, le eventuali difficoltà e i suoi possibili nemici.
Ogni risposta data a questi interrogativi rappresenta un’informazione ulteriore sul possibile criminale (Goldman, 1999).
A questo punto è opportuno approfondire in dettaglio la trattazione della psicopatologia degli autori di reato grave.
Classicamente si parlava di personalità “psicopatiche” o “sociopatiche”, ad indicare quelle personalità caratterizzate da difficoltà di adattamento in qualsiasi ambiente, instabilità comportamentale, precarietà nelle relazioni affettive, facilità di passaggio all’atto, come in truffe, furti, omicidi, portati a termine freddamente e con brutalità; di fronte a tali esempi si è parlato anche di personalità “perverse”.

Schneider (1995) individua il disturbo “laddove vi sia sofferenza, per il paziente e per gli altri, causata dall’anomalia personologica”, distinguendo le personalità psicopatiche, che “fanno soffrire la società” da quelle che “soffrono”.                                                                           Nel corso di questo secolo, diversi sono stati gli indirizzi di studio che hanno valorizzato aspetti affettivo comportamentali (Watson, 1924), aspetti soggettivi (Allport, 1937), ma anche cognitivi e costituzionali fino al più recente modello bio-psico-sociale del comportamento proposto da Cloninger (1993). Il termine “psicopatico” è caduto in disuso nei decenni seguenti, fino ad essere completamente eliminato e sostituito nei vari manuali diagnostici e statistici dei disturbi mentali (DSM) dalla generica dizione di disturbi della personalità, intesi come un irrigidimento dello schema di comportamento quotidiano con la costante presenza di un disadattamento ed una sofferenza soggettiva.

La personalità sociopatica viene così suddivisa in condotte comportamentali caratterizzate da alcolismo, deviazioni sessuali, relazioni antisociali e dissociali; con l’introduzione del DSM-II la diagnosi fu definitivamente chiamata “personalità antisociale”, termine utilizzato tuttora (Strano, 2000). I soggetti che presentano un disturbo antisociale di personalità mostrano un comportamento caratterizzato da frequenti atti di aggressività e intolleranza per le norme sociali, inoltre tendono ad essere insensibili ai sentimenti altrui e intolleranti allefrustrazioni a cui rispondono con violenza; sono temerari e negligenti per quanto riguarda la propria sicurezza e quella degli altri e raramente sono in grado di mantenere delle relazioni stabili nel tempo. L’interpretazione più moderna, senz’altro restrittiva, indica che il tratto peculiare del soggetto con disturbo di personalità antisociale è l’assenza di senso di colpa. Tra i vari disturbi di personalità, a presentare la relazione più stretta e costante con i comportamenti aggressivi e violenti sono il disturbo antisociale, che con alta frequenza è associativo a condotte eteroaggressive e la sindrome di “narcisismo maligno” (Kernberg, 1992), contraddistinta da un senso maligno di onnipotenza e invincibilità, dalla sensazione di impunità, assenza di empatia e senso morale, prevalenza di un vissuto in cui “tutto è fattibile” al fine di soddisfare le proprie pulsioni. E’indispensabile accennare anche ad altri contributi psicologici che hanno fornito paradigmi interpretativi nel campo della criminologia, tra tutte, la teoria psicoanalitica, che offre un’interpretazione del crimine legata alla struttura psicologica e ai meccanismi dinamici agenti nell’uomo. Secondo Anna Freud (1949) e Masud Khan (1979) l’antisocialità, e di conseguenza i comportamenti devianti e criminali, costituirebbero una predisposizione personologica, frutto di interazioni del soggetto con l’ambiente, non disgiuntamente da componenti proprie del soggetto stesso, spinta ad esprimersi quando le istanze di controllo perdono efficacia; in particolare, i comportamenti criminali verrebbero messi in atto quando le pulsioni libidiche o aggressive dell’Es vincono le spinte opposte verso la conformità sociale dettata dal Super Io, oppure quando le componenti narcisistiche sono così frustrate da indurre un passaggio all’atto, percepito e vissuto come una sorta di atto eroico. Il crimine è così interpretabile come una patologia del Super Io, nella cui realizzazione di struttura assume un ruolo fondamentale il processo di identificazione con modelli socio-parentali, ma anche, più modernamente, come l’espressione di tratti narcisistici maligni di significato patologico. Classicamente, l’interpretazione psicodinamica del fatto criminale prende in considerazione lo svincolo dal controllo superegoico, la diminuzione della capacità di dilazionare le pulsioni da parte dell’Io e la produzione dell’Es di pulsioni istintuali particolarmente incontenibili e virulente; nella realtà odierna, di fatto, ci si trova sempre maggiormente di fronte a soggetti che sono privi di riferimenti interni, non per fallimento degli stessi, quanto per l’assenza vera e propria di rappresentazioni interne convalidanti un comportamento socialmente adeguato. Secondo altri autori, stimoli e condizionamenti ambientali, nella prospettiva comportamentistica dello stimolo-risposta radicano nell’individuo elementi correlati con il comportamento criminale, attraverso il meccanismo del rinforzo (Strano e coll., 2000).

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