Il passaggio all’atto (acting out)

La comprensione dell’atto criminale non può essere disgiunta dal tentativo di fornire una spiegazione dinamica dell’atto stesso.
L’agito criminale (soprattutto nei casi di delitti in cui sia difficile reperire un movente comprensibile) può essere espressione di una formazione di compromesso, un derivato di un conflitto interno o di una rappresentazione mentale distorta di cui il reato diviene manifestazione concreta.
L’agito non è mai un evento incontrollato, anzi riconosce in sé un succedersi diazioni organizzate per cui non è tanto l’intensità della scarica motoria a definirlo come “messa in atto” quanto il fatto che vengono scaricate, in modo mascherato, pulsioni aggressive e distruttive su un oggetto sostitutivo.
Al contrario, un’azione che si presentasse, sia pure con caratteristiche di subitaneità e di scarica, ma da cui non fosse possibile derivare elementi di conflittualità, ove venissero correttamente considerate le istanze dell’Io e quelle più interiori, pulsionali e normative, non deve essere considerata una messa in atto, ma una modalità corretta del “fare”.
L’acting out si differenzia dalle “azioni sintomatiche” (anche se questa operazione di differenziazione può essere a volte clinicamente difficile); anche in esse l’agire appare inappropriato con il contesto, ma vi è un elemento diatonico tra il soggetto e il suo essere stato colto da un irrefrenabile istanza all’azione.
Le azioni sintomatiche non sono organizzate e coerenti, sono vissute come bizzarre, estranee all’Io e possono rappresentare un suo cedimento (è frequente la presenza di una patologia psichiatrica rilevante ai fini penali).
Nell’azione sintomatica l’evento passato viene notevolmente deformato e solo un frammento può essere rappresentato.
L’azione sintomatica è quindi un atto in cui il paziente si sente coinvolto negativamente, che dà sofferenza inducendo paura e ansietà, e che avviene suo malgrado: implica inoltre una scissione soggettiva, e cioè “egodistonica” e su di essa il soggetto si può porre degli interrogativi.
L’acting out, invece, è stato ed è spesso considerato impropriamente una scarica pulsionale diretta, tendente ad alleggerire una tensione.

Ad esso vengono attribuite a volte azioni impulsive, antisociali o pericolose, scarsamente motivate, ad esempio in persone con disturbi psicotici, o disturbi del carattere, in persone dipendenti dall’uso di sostanze, legandosi, in una prospettiva psicodinamica, ad una struttura di personalità e al suo funzionamento.
L’agito criminale, in quest’ottica, presenta necessariamente delle caratteristiche da cui si possono derivare, attraverso lo studio del luogo, delle circostanze, della vittima, diverse informazioni sulla psicologia dell’autore, che consentiranno di restringere il campo di indagine.
Nelle persone che si rendono autrici di acting out criminali vi è spesso uno squilibrio permanente, inerente la struttura psichica, che produce un agire cronico e distruttivo nel mondo esterno; questo agire è comunque sempre espressione di formazioni di compromesso, derivati distorti e mascherati di conflitti interiori: non sono mai scariche dirette.
Pur con le precisazioni su descritte, in clinica psichiatrica, il termine viene usato nel suo significato più estensivo, e cioè di un’azione agita da un paziente.
E’stato posto il quesito su come mai vi sono soggetti che tendono ad agire più di altri o il cui agire si connoti in modo particolarmente distruttivo.
La spiegazione che è stata accreditata è che agiscono di più coloro che hanno conflitti situabili in età preverbale o che hanno avuto inibizioni alla comunicazione verbale e che quindi privilegiano l’espressione motoria, ad indicare una profondità rilevante del livello di disturbo funzionale; la funzione riflessiva, ossia la capacità di dare significato psicologico comprensibile ai propri pensieri, risulta marcatamente deficitaria.
Persone con un tipo di disturbo che induce frequentemente comportamenti di “passaggio all’atto”, fortemente aggressivi sia in senso eteroaggressivo che autoaggressivo, presentano frequentemente severe alterazioni della struttura di personalità (sebbene ciò non conduca ad una riduzione della loro imputabilità).
Spesso, le modalità relazionali del soggetto disturbato sul piano della personalità, sono tali da determinare bruschi passaggi da relazioni di dipendenza da un oggetto esterno vissuto come onnipotente o potenzialmente gratificante, a relazioni
aggressive, in cui l’altro viene connotato come rifiutante o espulsivo o oggetto di attacchi invidiosi.
E’in questo modo che si possono avere “messe in atto” estremamente aggressive; la messa in atto è sovente preceduta da una vita intera di rimuginazioni, fantasie inconfessabili e desideri perversi.
E’come se il soggetto, vissuta una vita intera in una dimensione scissionale, esteriormente normale ma interiormente dominata e popolata da fantasie rivendicative particolarmente connotate in senso sadico e violento, cedesse
all’impulso di “dare fiato” alle proprie istanze interiori.

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